Marson: «Preoccupato? No Son quelli come noi che hanno futuro»
Davide Marson, presidente della Pallacanestro Cantù: l’undicesimo della storia del glorioso club (Foto by foto butti)

Marson: «Preoccupato? No
Son quelli come noi che hanno futuro»

Intervista con il presidente della Pallacanestro Cantù: «Non è il momento delle polemiche, ma è l’ora del fare e del proporre».

Premessa fondamentale. Per capire lo spirito della chiacchierata e il pensiero, di questi tempi, dell’uomo, dell’imprenditore, del padre di famiglia e del presidente. C’è un modo di dire che risuona nella testa di Davide Marson, numero della Pallacanestro Cantù. E che ripete in loop, quasi fosse un mantra. «Non è più il momento di “chi vusa pusé, la vacca l’è sua!”. Anzi».

E lo ripete in dialetto, ogni volta, per rafforzare il concetto. Ci tiene, lo si capisce. Visto che alla fine ci tira dentro tutto, in queste settimane da restrizioni obbligate. Così, quella che doveva essere l’intervista su un anno (e più) di presidenza diventa un giro attorno al mondo. Al suo mondo. Tutto.

Partiamo da qui, presidente. Da quell’espressione che dice tutto.

È il momento di abbassare i toni, di smetterla di fare opposizione pretestuosa, così tanto per farla. Con sterili scaramucce. E non mi riferisco solo a chi ci governa e a chi vorrebbe farlo. Ma anche agli ambiti della nostra vita, cittadina e sportiva.

E cosa bisognerebbe fare, allora?

Cercare di essere concreti e propositivi. È finito il tempo dell’urlo e basta. Non paga più, non è accettabile. Chi ha sbagliato dovrebbe avere il coraggio di ammetterlo e, se è il caso, farsi anche da parte. Questo fase complicata della nostra vita ci insegnerà tante cose.

Ne è convinto?

Non potrebbe essere altrimenti.

Però ci spieghi cosa c’entri tutto questo con lo sport e nel concreto con la pallacanestro.

Noi lo sappiamo bene, forse anche perché siamo stati i primi. Perché abbiamo iniziato collaborando e dialogando con le istituzioni, le amministrazioni e la politica. Avevamo cominciato a parlarne con Giancarlo Giorgetti, allora sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega allo sport. Lo stiamo facendo dall’inizio con Gianni Petrucci, presidente federale, e con i vertici della Legabasket. Oltreché, ovviamente, con il sindaco di Cantù, Alice Galbiati, e la sua gente. Niente ostruzionismo, sempre proposte. Un progetto, il nostro, che sta diventando pilota e che sarà esempio per tante altre realtà, se ci si vuole salvare.

Lo era, questa l’impressione, in tempi non sospetti, figuriamoci ora che non sappiamo come ne usciremo...

Ed è per questo che vi dico che io mi tengo stretti quei 18 imprenditori che sono riuscito mettere sotto l’ombrello di CantùNext. Non hanno mai fatto un passo indietro, nemmeno adesso, e sono più che mai intenzionati ad andare avanti. Questa compagine rappresenta il futuro, e lo dice uno che ci ha rimesso del suo pur di inseguire l’obiettivo finale.

Si riferisce all’affaire-Pianella?

Ovviamente. Un’operazione immobiliare per me in perdita. Già al momento dell’acquisto, quando decisi di non acquistarla al 50% in meno come mi aveva offerto l’ultimo giorno Dmitry Gerasimenko.

E perché l’imprenditore Davide Marson non lo fece?

Perché voleva dire la fine della Pallacanestro Cantù, come forse lui avrebbe sperato. Significava il fallimento. E invece io ho dato un futuro a questo club. E lo faccio anche adesso con un progetto, quello del palasport, concreto e credibile. Totalmente diverso da quel lamierone che avrebbe ospitato solo basket, ma pensando a un’arena tipo americana, funzionale a 360 gradi e in grado di soddisfare le esigenze di tutta la famiglia. A Cantù, al posto di un ecomostro che è lì da trent’anni, e non più a Cucciago. Ora capite perché per me è stata un’operazione in perdita.

E meno male che c’è il campo. Che anno è stato il suo da presidente?

Ormai un anno e un tot. Non voglio parlare dell’aspetto sportivo, perché non mi compete. Sono stato chiamato per sistemare le cose e dare un indirizzo non solo futuro e così ho cercato di fare, e penso bene. Ci sono però delle cose che mi porterò sempre dentro.

Tipo?

Particolari. Ma per me importanti. Che magari sono sfuggite all’eco del grande pubblico e che sono anche difficili da esprimere. Però di grande significato. La borsa di studio intestata a Davide Gorla, i palloni da basket per le scuole elementari, la sensibilità dei nostri tifosi, aiutata di certo anche dai buoni comportamenti del nostro cda.

Si riferisce alle opere per il sociale?

Anche e soprattutto alle ultime. All’asta delle maglie, alla vendita di gadget e alla raccolta benefica degli Eagles. Ma vi rendete conto di quello che hanno fatto? Prima hanno messo insieme le tifoserie di Cantù e Como, cosa direi per nulla scontata. Poi si sono inventati la trasferta di Varese. Sì, Varese. Proprio Varese, e hanno riempito una vagonata di pullman per un viaggio che non c’è, ma che dà speranza e coraggio. Loro che sono sempre stati uniti e di esempio. Le brioche, le pizze, l’ospedale di Cremona. Contento, io, nel nostro piccolo, di essere risultato un riferimento.

In che modo?

Con l’azione del consiglio di amministrazione. Qui non c’è un padre padrone, io non sono un patron. Il nostro è lavoro di squadra. Può capitare che una volta io e Antonio Biella non si sia d’accordo con una scelta da prendere, ma se la maggioranza vuole questo, allora avanti su questa strada. Lo ripeto: basta con il «chi vusa pusé, la vacca l’è sua!». Non è il momento di contestare, ma del fare. Decidere la strategia, che sia la più completa possibile, per un sistema che funzioni. Se ci hanno preso più volte da esempio, è perchè il nostro funziona.

E, a proposito di strategie future, è preoccupato per la Pallacanestro Cantù?

Preoccupato io? Assolutamente no. Noi siamo quelli che abbiamo un futuro. Perché abbiamo programmato e ci faremo trovare pronti. Nessuno ha paura.

Figurarsi dopo il vostro decimo posto...

Mi ripeto. La salvezza sul campo, una Coppa Italia sfiorata e la voglia di puntare ai playoff: per noi è come una Coppa.

Merito anche un po’ suo, però...

Io ho forse il merito di aver scelto gli uomini giusti: il general manager Daniela Della Fiori e l’allenatore Cesare Pancotto.

Di squadra proprio non vuol parlare?

No, giusto che lo facciano loro. Che sono i protagonisti.

Anche la compagine dietro le quinte è fortissima.

Tanto tanto forte, e penso a i nostri dipendenti. Sono molto più che orgoglioso di tutti loro, un lavoro fantastico.

Non ci dirà nulla di sport, ma continuerà a rimanere il primo tifoso?

State parlando con uno che a 12 anni apriva il Pianella con il Luigi, prima ancora del Mino. Uno che ha fatto le giovanili della Clear ai tempi di Allievi, quando non avevamo le scarpe, solo dieci maglie e l’acqua era quella del lavandino. Questi eravamo noi, eppure la serie A vinceva la Coppa Korac. Questi colori li ho stampati addosso.

Chiudiamo con il cda, altra bella compagine

L’amministratore delegato Andrea Mauri ha fatto e continua a fare un grandissimo lavoro. Noi diamo le linee, lui le segue alla perfezione. Sergio Paparelli per me è come un fratello, con gli altri ci si confronta, ci si trova e poi si fa. Visto che è il momento di fare, mettendo insieme intelligenza, programmazione e bravura. Caratteristiche che in Pallacanestro Cantù ci sono tutte.


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