Gallo: «Como, mi dispiace Ma dovrò farti un sgarbo»
Fabio Gallo, ex allenatore del Como (Foto by Cusa)

Gallo: «Como, mi dispiace
Ma dovrò farti un sgarbo»

L’ex giocatore e allenatore azzurro si giocherà la Coppa Italia con la sua Ternana e in caso di vittoria taglierebbe fuori i lariani dai playoff

Il calcio di diverte a giocare con il destino. Così giovedì 25 saranno due ex del Como, Fabio Pecchia allenatore della Juventus Under 23 e Fabio Gallo tecnico della Ternana a decidere, con la loro finale di Coppa Italia , se il Como potrà accedere o no ai playoff. Ammesso che questa sia la regola che sarà confermata dalla Figc l’8.

Per Gallo, più che per Pecchia, l’incrocio è particolare: la sua storia azzurra ce l’ha ancora ben marchiata sulla pelle. Specialmente la seconda esperienza, da allenatore, nell’anno del fallimento. Per questo abbiamo fatto due chiacchiere con lui, anche e soprattutto sul momento della serie C.

Buongiorno mister. Così si prepara a fare uno sgarbo al Como...

Eh (ride, ndr)... Non vorrei mai. Ma purtroppo per gli azzurri proveremo in tutti i modi a vincere questa partita. Un trofeo è un trofeo, l’ambiente ci crede molto, credo che possa avere più significato per noi che per la Juventus Under 23, se pensiamo al clima che accompagna le due squadre. Anche se poi, sul campo, le motivazioni saranno identiche.

A proposito: che idea si è fatto sulla situazione della serie C?

La fuga in avanti della categoria per non giocare è stata prematura. Quando Gravina ha detto che lui non avrebbe fatto il funerale al calcio, bisognava intenderla come una indicazione: si sarebbe fatto di tutto per giocare.

E adesso?

So che c’è parecchio fermento, si cercano soluzioni per non lasciare ferme squadre sei mesi. Una soluzione potrebbe essere quella di proporre playoff e playout per tutti, comprese le prime e le ultime. Così giocherebbero tutti. Vedremo quello che succederà.

La Ternana è stata una società molto attiva sotto questo punto di vista.

Sì, il mio presidente è stato chiaro sin da subito. Rispettando le esigenze sanitarie, bisognava avere un approccio attivo: tornare a giocare. Del resto, dico io, se il mondo del lavoro è tornato in pista, è giusto che lo facciamo anche noi. Il calcio non è solo i giocatori che vanno in campo, ma un’industria che lavora, migliaia di posti di lavoro, stipendi, famiglie. Bisogna almeno provarci.

Tra l’altro la sua società si è spesa molto a livello di solidarietà.

Il presidente Stefano Bandecchi ha fatto molto, devolvendo fondi anche a Bergamo, in virtù dello storico gemellaggio tra le due piazze, e aprendo la fondazione “Terni nel cuore”. Ha mostrato di avere a cuore in primis il problema sanitario.

Ma voi state lavorando?

Da dieci giorni sì. Allenamenti singoli a gruppi di quattro per tutti i giocatori. Io sto in campo dal mattino alla sera.

Anche se non si può lavorare con la tattica ma solo quasi a livello fisico?

Credo che la presenza dell’allenatore abbia un valore simbolico. E poi parlo con i ragazzi, sento gli umori, ci stimoliamo a vicenda in vista della finale.

A Como invece ancora non si lavora, almeno tutti insieme.

Il Como non è sicuro di dover giocare, noi sì. E oltre ai playoff abbiamo una finale il 25. È diverso. Comunque molte squadre hanno ripreso.

A Terni ci sono state alcune situazioni che hanno destato curiosità anche a Como: ad esempio, gli abbonamenti a un euro...

Abbiamo 12mila abbonati, ma molti hanno sottoscritto l’abbonamento tenendosi in tasca una chance per quando avevano voglia di venire. In media vengono in 4mila, e nei big match ci sono state anche 8mila persone.

Poi c’è stata la vicenda di lei che ha rinunciato al contratto del prossimo anno, ricevendo però la conferma dal presidente. Nel calcio con capita tutti i giorni.

Siamo partiti benissimo, eravamo secondi. Poi c’è stata una flessione e ho voluto dare un segnale, mettendomi in discussione. Non volevo vincolare la società a legami duraturi se le cose non fossero andate bene.

Due volte a Como: qual è stata l’esperienza più significativa?

Non c’è paragone. Da calciatore ho fatto una promozione in A indimenticabile, ma da allenatore in un anno gestito dal curatore fallimentare, io, Foresti e Andrissi abbiamo rappresentato il Como e la sua storia. Una sensazione particolare che mi rimarrà sempre sulla pelle.

La delusione più grossa?

Il giorno della festa per i 110 anni allo stadio. Quella sera la nuova società annunciò che avevamo rinunciato all’offerta che ci avevano fatto. Per rovinare la festa e metterci in cattiva luce. Ma non ce la fecero e fu una bellissima festa comunque. Anche se per noi amara.

Il giorno più bello?

Sempre, nello scoprire che i tifosi, la stampa e tutto il mondo intorno ti considerava un punto di riferimento importante.

Ma lei ha capito cosa è successo con la Essien?

No. Me lo sono chiesto come tutti per un po’, ma non ho mai trovato la soluzione. Cose più grandi di noi. Peccato perché tutto il gruppo aveva dato un segnale di professionalità e quel gruppo avrebbe potuto migliorare molto, se confermato. C’erano le basi per fare bene.

Allora, questa Coppa?

Sono molto ambizioso e lavoro per migliorare in ogni stagione. Questo trofeo sarebbe un bel traguardo e una maniera per ripagare una società e una piazza che mi hanno dato fiducia.


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