Cronaca / Como città
Giovedì 12 Febbraio 2026
Addio a Giampiero Maiocchi: 95 anni tra la città e l’azienda di famiglia
Como Il ricordo dell’imprenditore e dei numerosi ruoli che ha ricoperto nel Comasco
Como
Classe 1930, aveva compiuto 95 anni lo scorso 17 ottobre e se n’è andato stamattina presto. Giampiero Maiocchi è stato tantissime cose. Per la sua famiglia, per la sua azienda, per la sua città.
Elegante, legatissimo al suo lavoro (arrivava sempre in azienda all’alba, alle 6.30 precise), con quella tempra caratteristica della generazione che ha fatto la guerra. Ha sempre raccontato con orgoglio di essere stato, da ragazzo, Alpino semplice (caporale maggiore) a Merano e il suo cappello con la penna nera l’ha sempre conservato con cura. E, con altrettanto orgoglio, ha ricoperto cariche nel mondo imprenditoriale, dell’associazionismo e dello sport. Il “dottor Maiocchi”, come lo chiamavano tutti era entrato nell’azienda fondata dal padre Angelo con Venanzio Nessi, la Nessi & Majocchi, che quest’anno festeggia il centenario, alla fine di agosto del 1955.
Gli inizi
Erano gli anni in cui si avevano i primi segnali di quello che sarebbe diventato il boom economico che, per Como, ha significato l’espansione della città e la realizzazione di grandi opere pubbliche, quasi tutte con la firma dell’impresa di via Regina. Alla fine degli anni Sessanta è stato presidente, per un decennio, dell’Azienda autonoma di soggiorno e, dal 1979 al 1985 ha guidato per due mandati consecutivi la Camera di Commercio di Como. Aveva seguito partite importanti come il centro espositivo Elmepe di Erba (assistette al crollo del tetto per la neve nel gennaio del 1985), che sarebbe poi cresciuto diventando l’attuale Lariofiere. E proprio all’inizio del 1985, da presidente del Tessile di Como, inaugurò i laboratori del Setificio alla presenza del Governo e di nomi come il presidente della Regione Giuseppe Guzzetti e del premio Nobel per la Fisica Carlo Rubbia (allora consulente del Centro Volta). Seguiva tutto, in azienda, ma anche in città.
La quotidianità
Entrava in via Regina alle 6.30, usciva alle 12.15 per poi tornare alle 14 e fino alle 20. Così fino a pochi anni fa, con assenze forzate solo durante il Covid. «Non mi pesa, anzi – diceva -. Fa sempre parte di quel migliorare se stessi, l’impresa è stare insieme». Grande lettore, di quotidiani (e notizie) e di libri, soprattutto di storia, aveva una particolare attenzione per il Risorgimento. Uomo di grande cultura e di un’ironia sottile. Nel 2001 fu tra gli undici big dell’economia comasca che scesero in campo accogliendo la sfida di un altro grande imprenditore visionario, Antonio Ratti, che voleva trasformare la Ticosa in un polo culturale cercando di scuotere gli amministratori pubblici dopo decenni di immobilismo. Tre anni più tardi, il 6 marzo 2004, a Villa Erba il suo nome figurava tra i dieci imprenditori e manager comaschi che avevano contribuito a rendere Como famoso nel mondo. Un tributo ottenuto proprio nella sede fieristica che aveva creato, non solo come costruzione, ma già dalla metà degli anni Ottanta come visione di una vetrina per esportare il made in Como. In quell’occasione disse pubblicamente: «Lavoriamo a Como su questo territorio da oltre 78 anni. Abbiamo dato un’impronta a questa città e all’intero territorio. Sono onorato del riconoscimento e sono lieto di condividere questa gioia con i miei collaboratori».
Volontariato e impegno
Tanti i fili che lo legavano alle associazioni di volontariato (era, ad esempio, da sempre vicino a Comocuore) e sportive. Era stato presidente della Libertas negli anni Sessanta e successivamente della Canottieri Lario (di cui è rimasto socio benemerito), per la quale il papà Angelo nel 1920 era stato campione italiano. Sempre molto sensibile ai bisogni della città, nel 2008 aveva aderito alla sottoscrizione per restaurare “la Madunina de Comm” dorata che, dopo la rimozione dalla chiesa dell’ex seminario, era stata rimessa a nuovo prima di essere collocata in via definitiva sulla cuspide del santuario della Madonna del Prodigio di Garzola. Nel 2016 molti ricordano il suo intervento (inascoltato) sul cantiere delle paratie bloccato: «Ho vissuto la stagione del Razionalismo e il fervore del Dopoguerra, dobbiamo recuperare quello spirito. Mettiamoci tutti insieme e troviamo il modo di dare presto ai comaschi una splendida passeggiata. Niente vasche e opere idrauliche, quest’opera è nata nel ’94 ma oggi è cambiato tutto, a partire dal clima. Il lago non esce più, c’è il 43% di acqua in meno e il Consorzio dell’Adda controlla tutto con i computer». Uno slancio, il suo, che lo aveva anche portato ad aderire alla campagna delle cartoline de “La Provincia” inviate al Governo per cercare di uscire dalla palude. Aveva intuito, prima di altri, che «il futuro di Como è il turismo» e non si è mai tirato indietro quando c’era da alzare la voce. Nel 2019, durante il Forum Ambrosetti, lanciò un appello al Governo Conte: «Ci sono 65 miliardi bloccati per problemi legati al completamento dei processi autorizzativi: un fatto grave e che va chiarito. Non si può solo correggere una normativa farraginosa e complessa, ma serve un grosso sforzo per andare oltre».
E infine la sua famiglia. Nel 2005 aveva perso la moglie Floriana e ora è lui a lasciare i figli Angelo (da anni alla guida dell’azienda), Elisabetta e Laura, nipoti e pronipoti.
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