Asilo politico e migranti
Mai tante richieste: già 1.540

Lo scorso anno furono “solo” 1.419 in 12 mesi. Per completare l’iter e avere una risposta servono 3 anni. Il procuratore: «Ricadute minime sull’ordine pubblico»

Dallo scorso mese di gennaio a oggi la questura di Como ha raccolto 1.540 domande di asilo, pari ad una media di circa 13 richieste al giorno.

Il dato è stato reso noto ieri nel corso di un incontro in Tribunale, presenti il procuratore della Repubblica Nicola Piacente e i due funzionari della questura Angelo Sais - capo della squadra mobile - e Riccardo Buonomo, dirigente dell’ufficio stranieri nonché componente di una delle commissioni territoriali che quotidianamente analizzano le richieste di asilo. I numeri sono, per certi versi, impressionanti, specie se confrontati a quelli dello scorso anno, quando le richieste si fermarono a quota 1.419 nell’anno solare, da gennaio a dicembre, ivi compresi, quindi, i mesi della lunga emergenza al parco della stazione di San Giovanni.

Nel caos di questi giorni e nel pieno delle polemiche sulla gestione dell’emergenza da parte delle Ong al Sud, l’incontro di ieri è servito a fare un po’ d’ordine nella messe di informazioni e strumentalizzazioni a cui l’argomento si presta. I funzionari della questura hanno fornito il quadro di riferimento normativo, chiarendo in modo esaustivo i meccanismi dell’asilo, a partire dalla tempistica.

Dal momento della compilazione del cosiddetto modulo “C3”, quello per il primo inoltro della domanda, al momento della prima convocazione avanti alla commissione chiamata a decidere, trascorre in genere un anno. Si calcola, hanno spiegato gli esperti, che l’intero iter, comprensivo dell’eventuale ricorso contro il diniego (perché se l’asilo viene negato, il richiedente ha pieno diritto a impugnare la decisione per i due successivi gradi di giudizio) duri una media di tre anni. La semplice compilazione del modulo iniziale, comporta l’immediata sospensione di eventuali provvedimenti di espulsione e il passaggio sotto la tutela della legge 142 del 2015, quella che prevede che lo Stato fornisca sostegno e sussidio ai richiedenti (i celeberrimi 35 euro, malinteso “pocket money”, che in realtà non va nelle tasche dei migranti).

In altre parole, la richiesta di asilo comporta una sorta di emersione dalla clandestinità, a prescindere dall’esito della domanda, che potrà o meno essere accolta. La “ratio” della legge - ciclicamente bersaglio degli strali di questa o quella parte politica e di quanti vi leggono la scorciatoia per ottenere una sorta di salvacondotto - è tutta nella domanda che ieri il capo della mobile di Como ha rivolto, retoricamente, a chi lo ascoltava: «È meglio avere cento clandestini di cui non si sa nulla, né da dove vengano né dove vadano o cosa cerchino, o è meglio averne cento sotto controllo e monitorati giorno per giorno?».

Ultimo dato, a beneficio della statistica: dallo scorso mese di settembre dal centro di via Regina gestito da prefettura e Caritas sono transitati 3.402 migranti.

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