Camelie, 41 anziani morti «Tenuti per mano fino alle fine»
Michele Iafrancesco operatore sanitario de Le Camelie (Foto by Paolo Moretti)

Camelie, 41 anziani morti
«Tenuti per mano fino alle fine»

Como, il racconto di un operatore sanitario di Ca’ d’Industria: «Ogni volta è come perdere un famigliare»

Il calendario, sul muro del nucleo Alzheimer della casa di riposo Le Camelie, è fermo al 9 marzo. L’inizio dell’inferno. Da quel giorno un terzo degli anziani che erano ricoverati è stato ucciso dal Covid. «Cambiavamo quel calendario tutte le mattine, assieme ai nostri ospiti. Abbiamo deciso di tenerla impressa. Torneremo ad aggiornarlo solo quando questo periodo terribile finirà».

Michele Iafrancesco racconta, e ogni parola è un brivido lungo la schiena. Lui è un operatore socio sanitario (che nelle Rsa vengono chiamati Asa) di Ca’ d’Industria. E dall’inizio dell’emergenza coronavirus non ha perso un giorno di lavoro per stare accanto a quei nonni che si spegnevano uno dopo l’altro.

«Noi, per rispetto, non chiamiamo nessuno “nonno”. Ma è davvero come se lo fossero. E ogni lutto è come se ne fosse andata una persona di famiglia». E di lutti, alle Camelie, ce ne sono stati davvero tanti: 41 decessi su 120 ospiti.

«Ci sono stati giorni - ricorda Michele - che sono morte anche sette persone. Per entrare al lavoro io devo passare davanti alla camera mortuaria. Ogni volta che qualcuno muore, viene messo il nome all’esterno. Ecco, passarci accanto tutti i giorni e vedere tutti quei nomi... non si può neppure raccontare».

Via di casa

All’inizio dell’emergenza Michele Iafrancesco ha deciso che non voleva rischiare di contagiare la sua famiglia: «Ho due bambini piccoli, una moglie, i genitori anziani. Su facebook ho trovato un annuncio della Hosting Como, che gestisce case vacanze, che offriva b&b al personale sanitario. Ho scritto, mi ha chiamato Gloria e per un mese ho vissuto in questo appartamento con vista lago vicino a Le Camelie. Sono state meravigliose». Anche perché Michele si è sottoposto al test sierologico a suo spese, e ha scoperto che il virus lo aveva preso, ma senza causare sintomi. «Di certo lo avrei portato a casa, quindi poter vivere in quell’appartamento è stato provvidenziale». Ma ogni medaglia ha il suo lato positivo e negativo. E quello per l’operatore sanitario di Ca’ d’Industria è stato il senso di solitudine: «Ogni sera allungavo i tempi del passaggio di consegne. Perché poi dovevo tornare in quella casa da solo con i miei pensieri e i volti di tutte le persone che ho dovuto salutare per l’ultima volta».

La voce sembra cedere al peso dei ricordi. «Il carico psicologico è pesantissimo. In queste settimane abbiamo ricevuto tantissimi messaggi personali di parenti di ospiti che hanno perso la vita. Ma nonostante il lutto ci ringraziavano per essere stati vicini a genitori, mariti e mogli in questo momento. Fa piacere ricevere certi ringraziamenti, ma ti caricano ancora di più della responsabilità che hai. Lavorare in una casa di riposo non è come lavorare in ospedale. Una persona che veniva a mancare, non era una persona passata di lì per caso, ma qualcuno con cui ho scherzato e riso fino al giorno prima. Quando abbiamo dovuto iniziare a indossare maschere, tute, camici ed era vietato anche solo tener loro la mano... bè, questa regola non l’abbiamo rispettata. A ognuno dei nostri nonni che ci ha lasciato abbiamo tenuto la mano fino all’ultimo».

La musica, nei corridoi delle Camelie, si è spenta all’improvviso da un giorno con l’altro: «Nel limite del possibile evitiamo di appesantire la situazione, ma noi eravamo abituati a fare animazione, a fare merende particolari, a ridere e scherzare... ora non sarebbe giusto farlo e, francamente, non ti viene neppure voglia. Certo, cerchiamo di lavorare senza avere sempre l’espressione a lutto, ma il clima è cambiato».

Un perenne groppo in gola

Un mese solo, lontano dalla famiglia, con questi pensieri: come passa? «Si vive costantemente con il groppo in gola. Mi ha aiutato il gruppo dei miei amici di infanzia che mi prendono in giro o alleggeriscono il clima, ma poi basta un messaggio del nostro nucleo a riportarti alla realtà. Alla fine ho deciso di tornare a casa, perché veramente non ce la facevo più. Non voglio sembrare irrispettoso con chi è davvero depresso, ma credo che mi sia avvicinato pericolosamente a sentirmi così anch’io».

A casa Michele vive da solo in una cameretta, non si toglie mai la maschera («ormai solo quando dormo non la indosso») non abbraccia nessuno: «Sai quanto è difficile non poter baciare i tuoi bambini e tua moglie? Il più piccolo, che ha 4 anni, mi ha detto: “Papà quando se ne va via questo virus? Io voglio vederti la faccia e darti un bacio”».

La promessa non mantenuta

L’affetto della famiglia ha aiutato Michele Iafrancesco ad alleggerire, in parte, il fardello emotivo. «Ma ci sono cose che mi si sono attaccate addosso» confessa. E racconta: «Qualche giorno fa abbiamo dovuto mandare una persona in ospedale. Prima di salire sull’ambulanza mi ha chiesto: “Francesco, ma poi torno qui?”. E io gli ho detto subito: “Ma certo che torni”. Pochissimo tempo dopo è arrivato sul gruppo degli operatori un messaggio: era morto. Mi è crollato il mondo. Io gli avevo promesso che sarebbe tornato e invece... quella notizia mi è arrivata addosso come un treno… è vero, le mie parole volevano rassicurarlo. Ma adesso che non c’è più mi sembra di averlo tradito».

Potere di questo maledetto virus. Che ti strappa gli affetti più cari, ti costringe a dire addio a 41 persone in appena un mese, ti tiene lontano dalla tua famiglia e poi, alla fine, cerca anche di farti sentire in colpa.


Paolo Moretti Giornalista

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