Chi ricorda il tunnel del Borgo Vico?
«Ecco perché servirebbe ancora»

Pensato per alleggerire il traffico, il progetto si arenò a pochi metri dalla meta - Mario Gorla: «C’era il problema del pedaggio ma l’idea rimane ancora oggi attuale»

Como

«Eravamo a tanto così... A un passo - ricorda Mario Gorla , forzista della prima ora nonché uomo di fiducia dell’allora sindaco Alberto Botta -. Poi cambiò l’amministrazione e in forza dei fondi della Legge Valtellina, la nuova giunta scelse di puntare sulle paratie. Decisione legittima, ma fu un peccato. Ricordo che eravamo stati a Marsiglia, per un sopralluogo in un tunnel identico a quello che avremmo voluto realizzare noi, e poi anche a Ginevra, a visitare con Botta e Paolo De Santis (che allora era assessore alla Mobilità, ndr) il parcheggio sotterraneo del ponte del Montblanc. Se varrebbe la pena riproporlo? Beh, direi proprio di sì. Del resto a Como il problema del traffico lo risolvi in due modi: o salendo in cielo, e non si può, o scendendo sotto terra. E sottoterra si può».

A quasi 25 anni dal giorno in cui per la prima volta se ne discusse e mentre l’amministrazione si arrovella sulle conseguenze di una possibile chiusura di via Borgovico per la sostituzione del collettore fognario (prove generali la scorsa estate, con conseguenze ancora nitide nel ricordo di tutti), la memoria torna al vecchio progetto del tunnel del Borgo Vico che nelle intenzioni dei suoi progettisti avrebbe dovuto collegare l’ex sede Stecav di viale Innocenzo (attuale comando della polizia locale) con l’incrocio di Villa Olmo, risolvendo così più di un problema di traffico. Perché riproporlo?

«Era un’ottima soluzione, ancora attuale - ricorda Gorla - che prendeva spunto dal desiderio di pedonalizzare tutte le piazze del centro escludendo le auto, e che in qualche modo avrebbe potuto integrarsi e completarsi con la realizzazione di un secondo tunnel, quello sotto il lungolago. Era tutto pronto, avevamo per le mani un progetto tecnico e finanziario per il quale avevano manifestato interesse le sei più importanti aziende del mondo: restava soltanto da bandire la gara. Certo, ci fu qualche discussione sul project financing e sull’obbligatorietà di un pedaggio. Ma oggi come allora resto convinto che si sarebbe potuto risolvere».

In realtà il tunnel sotto il lungolago aveva vissuto vita propria con tutt’altro iter, come ricorda il deputato Alessio Butti che ne fu il principale fautore: «In un incontro all’Ance a Milano conobbi i professionsti dello studio luganese di ingegneria civile Passera e Pedretti. In Svizzera quel genere di progetti andava all’epoca per la maggiore, anche in virtù dello sviluppo di nuove tecnologie. Vennero spesso a Como, effettuarono parecchi sopralluoghi e ci regalarono lo studio di fattibilità. Si trattava di costruire un tunnel a doppia canna che si interrasse a Sant’Agostino e “uscisse” poco prima del monumento alla Resistena europa, con un numero di posteggi variabile tra i due e i 400. Gli stessi progettisti si erano resi disponibili a studiare, in parallelo, un meccanismo anti esondazione, anticipando la realizzazione delle paratie». Il progetto si arenò sul più bello per una serie di dissidi interni alla maggioranza: furono soprattutto i centristi a opporvisi, spingendo per un autosilo interrato sotto piazza Cavour. L’epoca dei tunnel tramontò così, archiviata forse un po’ troppo frettolosamente. Occasione persa? «Strapersa - ribatte Butti - Oggi avremmo un lungo lago davvero riqualificato e, soprattutto, interamente pedonalizzato». E forse con qualche problema di traffico in meno.

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