Como non conta più  «Il declino è colpa   della classe dirigente»
Il consiglio regionale e la giunta Maroni: Como aveva soltanto un sottosegretario

Como non conta più

«Il declino è colpa

della classe dirigente»

La mancata nomina di un assessore regionale l’ultima opportunità mancata

Sempre più lontana dal potere e sempre più esclusa dalle opportunità di crescita: anche per questo giro Como resta fuori dalla stanza dei bottoni, una condizione che riflette il declino, non solo politico, che si è abbattuto sulla città.

«Il motivo è che i partiti non esistono più, rappresentano solo gruppi di amici e non le istanze della società civile” dice Giampiero Majocchi, 88 anni, figura simbolo dell’imprenditoria comasca. «In realtà la condizione della città riflette quella della società italiana, priva di una visione strategica. Al di là della tangenziale, siamo l’unica città lombarda che ne è ancora priva, nessuno che si chieda quali obiettivi raggiungere nei prossimi anni». E quali potrebbero essere? «Penso che ci si debba agganciare alla vivacità culturale e imprenditoriale che sta vivendo Milano in questi anni, per condividere con essa ricerca scientifica e produzioni di eccellenza. Ma le cose non stanno andando nella direzione giusta. Pensiamo al Politecnico: Lecco l’ha legato a doppio filo alla metallurgia e quindi al proprio territorio, noi ce lo siamo lasciati sfuggire».

«La realtà è che Lecco e Varese, per fare due esempi vicini, sono due capoluoghi, che sanno che cosa è meglio per il proprio sviluppo, Como invece è niente più che un luogo senza una classe dirigente che sia capace di fare squadra»: così Moritz Mantero, storica famiglia di imprenditori comaschi. «Dove sono - si chiede - gli Spallino, gli Aliverti, i Guzzetti e i Casati? Tutti politici che erano in grado di fare squadra, avendo in mente ben chiari gli obiettivi da raggiungere». «Più che declino, parlerei di occasioni perse» dice Giulio Casati, fisico di fama internazionale, padre del Centro Volta, tra i fondatori dell’Università dell’Insubria. «A metà degli anni Ottanta, quando cominciava a farsi largo l’ipotesi di fondare una università qui a Como, il ruolo degli amministratori locali fu fondamentale. Uno su tutti, Giuseppe Guzzetti, allora presidente della Regione. Non tanto e non solo per il contributo che fece arrivare al Centro Volta perché avviasse uno studio, quanto perché pose la questione al centro dell’agenda politica».

E adesso, quali occasioni si stanno perdendo? «Nel mio campo penso al Tecnopolo di Milano, nell’ex area Expo. Ebbene, l’Insubria e il Centro Volta non sono stati minimamente coinvolti, mentre altre città, anche più lontane, come Torino, avranno una parte importante in questo progetto».

Di occasioni perse parla anche Enrico Lironi, presidente del parco tecnologico ComoNext: «Lo sperimento tutti i giorni. Abbiamo mandato in Regione un ordine del giorno per una contribuzione sulla base di progetti diversi da sviluppare e non abbiamo nemmeno ricevuto risposta». «Senza propri rappresentanti è un territorio depotenziato - dice ancora - Creiamo ricchezza, ma siamo in grado di dare voce alle nostre istanze. Lo si vede bene con il lago: con l’acqua fanno utili a monte, con la produzione dell’energia elettrica, e a valle, con l’agricoltura. A noi restano i danni alla pesca, alla navigazione e al turismo, che rappresenta una risorsa sempre più importante. Eppure non siamo minimamente in grado di porre il problema all’attenzione della Regione».


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