Como: ucciso dal monossido   Il Comune condannato: 300mila euro
La casa comunale di Ponte Chiasso teatro della tragedia (Foto by archivio)

Como: ucciso dal monossido

Il Comune condannato: 300mila euro

L’amministrazione ignorò gli appelli per sistemare la caldaia vecchia e difettosa della casa popolare. Il giudice: «Palazzo Cernezzi unico responsabile». La figlia della vittima vince la causa civile

l Comune di Como è l’unico responsabile della morte di Raffaele Donadio, 63 anni, deceduto nell’agosto di otto anni fa a causa del monossido di carbonio. Per anni aveva invano chiesto a Palazzo Cernezzi di intervenire su quell’impianto che, alla fine, lo ha ucciso.

Il Tribunale civile di Como ha condannato senza alcuna attenuante l’amministrazione comunale a risarcire i danni alla figlia del pensionato: 310mila euro (oltre al pagamento di 21mila euro di spese legali). Secondo il giudice civile, Laura Serra, non c’è alcun dubbio: l’inerzia degli uffici comunali hanno causato la tragedia.

Raffaele Donadio, ex operaio tessile in pensione, viveva a Ponte Chiasso nell’alloggio comunale di via San Felice. Il giorno di Ferragosto la figlia lo trovò sul divano di casa, privo di conoscenza. Soccorso, morì poche ore dopo all’ospedale Valduce. Anche la ragazza e il figlio dell’uomo rimasero intossicati: nei giorni precedenti, infatti, avevano aiutato il padre a imbiancare l’appartamento.

L’inchiesta della Procura - ancorché terminata con un’archiviazione delle accuse - portò alla luce che la caldaia era difettosa. In particolare l’impianto di smaltimento dei prodotti di combustione non era a norma e, per questo, la caldaia riversava nell’ambiente fumi di monossido in quantità letali. Nel corso della causa civile intentata dalla figlia della vittima, Teresa Donadio, l’avvocato Miriam Antonacci ha dimostrato un ulteriore inquietante retroscena: l’inquilino da almeno quattro anni sollecitava il Comune a intervenire sull’impianto.

Fin dal 2007, infatti, Donadio ha scritto e ribadito all’ufficio tecnico del Comune la necessità di un intervento sul canale dei fumi, risultato non in regola, perché senza quella messa a norma il tecnico della caldaia si rifiutava di sottoscrivere la revisione dell’impianto. Nel corso della causa è emerso che il pensionato si è recato personalmente, in Comune, più volte per sollecitare un intervento sulla caldaia. «Nonostante le reiterate richieste», però, l’ente pubblico «rimase negligentemente inerte».


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