Condannato come orco
I giudici di appello
«Accuse false, assolto»

Il caso di un comasco assolto dopo la condanna a 8 anni e mezzo in primo grado con l’accusa di avere violentato moglie e figlia

Condannato come orco I giudici di appello «Accuse false, assolto»
Il palazzo di giustizia di Milano, teatro della sentenza d’appello

Per i giudici di Como ha violentato per anni la figlia, fin da quando lei era bambina, e la moglie. Per quelli di Milano non ha mai fatto nulla di tutto ciò, anche se è stato tutto tranne che un padre e un marito modello.

È rimasto sospeso sul filo sottile che separa una sentenza a 8 anni e mezzo di carcere da una che gli eviterà di finire in cella, un uomo residente nel Comasco finito sotto inchiesta anni fa con l’accusa di maltrattamenti in famiglia e di violenza sessuale aggravata. La sentenza che, in appello, ha assolto l’uomo dal reato più grave, riporta in primo piano un tema delicatissimo per i magistrati: quello delle indagini e dei processi che nascono dalle denunce di abusi all’interno di famiglie. Soprattutto quando queste denunce coinvolgono anche minori. Un paio di coordinate - per dare concretezza a una vicenda che, vista la delicatezza del tema e visto il coinvolgimento di una bambina, deve garantire l’anonimato dei protagonisti - è utile darle. La sentenza è stata emessa dalla prima sezione della corte d’Appello di Milano. A scrivere le motivazioni la presidente stessa, Francesca Vitale, che ha in gran parte accolto il ricorso presentato dall’avvocato comasco Aldo Turconi.

A Como, in primo grado, il padre (45 anni) imputato del processo era stato condannato a otto anni e mezzo di reclusione. Secondo i giudici del Tribunale cittadino madre e figlia, nel raccontare gli abusi subiti, sarebbero stati attendibili e credibili e, in particolare, le dichiarazioni della bimba non conterrebbero alcun genere di suggestione indotta (uno dei grandi pericoli di processi analoghi). Una conclusione che i giudici di Milano hanno completamente ribaltato. Riportando a galla un tema delicatissimo in queste vicende: il ruolo dei consulenti tecnici (in un paio di passaggi della sentenza l’esperto del pubblico ministero è stato criticato, anche aspramente, dai giudici di appello per non aver rispettato la carta di Noto sulle audizioni di minori vittime di abusi), il ruolo dell’altro genitore nel condizionare il racconto dei figli minorenni.

Il processo si inserisce in un contesto famigliare particolarmente problematico, nel quale il padre risulta essere un uomo spesso violento, del tutto privo di affettività, alcolizzato. Per undici anni la vita nella casa dove vivono padre, madre e figlia è un vero inferno: insulti, minacce, botte. Questo fino all’estate del 2017, quando la donna decide di denunciare il marito e di andarsene di casa assieme alla figlia (che all’epoca dei fatti aveva 11 anni). A questo punto l’intero passato della famiglia passa, com’è giusto, sotto i raggi x: Procura, carabinieri, servizi sociali, giudice delle indagini preliminari, psichiatra incaricato dal pubblico ministero cercando di ricostruire la delicata (e compromessa) storia dei rapporti tra l’uomo e le donne della sua famiglia.

Il tema di fondo, per quel che emerge dalle motivazioni con le quali i giudici di appello hanno assolto l’imputato dai reati più gravi, riguarda proprio l’interpretazione dei tutti gli elementi raccolti.

Le prove contrarie

Perché se da un lato la figlia racconta al consulente dell’accusa e in incidente probatorio, davanti al giudice delle indagini preliminari, che papà ha abusato di lei, dall’altro emerge che quel racconto emerge soltanto alla quinta e ultima seduta della consulenza, quando all’improvviso la ragazzina diventa un fiume in piena contro il padre. Inoltre, nelle consulenze dei servizi sociali mai era emerso alcun riferimento ad abusi di tipo sessuale, ma i servizi avevano sottolineato che la bimba aveva un rapporto, con la madre, di «accudimento invertito» ovvero era la figlia a sentirsi il peso di dover accudire sulla madre (e, quindi, di farsi carico del suo odio nei confronti del genitore). Infine che nel diario personale della bambina, trovato dai carabinieri, vi sono diversi passaggi contro il padre, ma mai nessun riferimento a violenze sessuali.

Da qui l’assoluzione per gli abusi e la condanna a due anni per maltrattamenti. E la conferma dell’insidia e della difficoltà di processi come questi.

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