Coronavirus, a Como

operative 9.642 imprese

300 le richieste di deroga

Coronavirus, a Como  operative 9.642 imprese  300 le richieste di deroga

La Prefettura sta raccogliendo le domande delle aziende che intendono rimanere in attiività in quanto connesse alle filiere di interesse primario

Oltre alle aziende espressamente autorizzate a proseguire l’attività ed individuate attraverso l’elenco dei Codici Ateco allegato al decreto governativo, ci sono altre imprese che possono inviare in Prefettura la richiesta di mantenere l’operatività, a patto che facciano parte di filiere considerate essenziali dall’esecutivo.

«Tra lunedì e martedì – afferma Nicola Venturo, capo di gabinetto dell’ente di via Volta – abbiamo già ricevuto più di trecento richieste di aziende che intendono continuare: si tratta di comunicazioni che presentano differenti motivazioni; ci sono quelle relative alla continuità delle filiere, ma ci sono anche tipologie differenti. Le domande da parte delle società – afferma ancora Venturo – continuano a pervenire, come del resto ci aspettavamo considerando anche quanto accaduto in altre prefetture. Dovremo analizzare singolarmente ogni comunicazione – conclude il capo di gabinetto – e verificare che effettivamente si riferiscano alla produzione di beni e servizi necessari per la continuità di quei settori che il governo ha individuato come essenziali».

Considerando invece l’elenco dei codici autorizzati, sono 9.642 le imprese comasche che formalmente possono restare operative. Il dato, fornito dall’ufficio studi della Camera di commercio di Como e Lecco, è pari al 22,6% del totale delle società del territorio comasco. Per quanto riguarda i lavoratori coinvolti, sono circa 55.967, ossia il 30% della forza lavoro della provincia di Como. A Lecco le aziende che hanno i requisiti per continuare a restare aperte sono 5.199, ossia il 22,1% del totale delle imprese lecchesi. Il numero dei lavoratori di queste società è pari a 23.495, ossia il 22,4% del totale.

Per quanto riguarda invece gli studi professionali, si è generato in queste ore un problema interpretativo nella corrispondenza tra l’ordinanza regionale lombarda (che imponeva la chiusura degli uffici) e il decreto del Presidente del consiglio, che invece consente a commercialisti ed avvocati di continuare ad operare. La maggior parte degli ordini professionali, facendo leva sul Dpcm, ha comunicato che gli studi resteranno aperti, anche in Lombardia, pur confermando l’intenzione di incentivare il più possibile il lavoro da remoto. «È necessario sottolineare – ha affermato il presidente nazionale dell’Ordine dei commercialisti, Massimo Miani - che quelli offerti dai commercialisti sono comunque servizi essenziali per imprese e cittadini: per questo siamo convinti che la nostra attività debba andare avanti anche in questo drammatico frangente e anche in regioni quali Lombardia e Piemonte». n G. Lom.


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