Dopo il carcere la radiazione dall’Albo  Pennestrì jr non è più commercialista
Antonio Pennestrì e il figlio Stefano in una foto di tanti anni fa nell’era d’oro della Comense (Foto by archivio)

Dopo il carcere la radiazione dall’Albo

Pennestrì jr non è più commercialista

Il figlio dell’ex patron della Comense è stato cacciato dal consiglio di disciplina

Cacciato dall’Ordine dei commercialisti. Per la seconda volta, nella sua storia recente, il consiglio di disciplina dell’ordine professionale presieduto da Sandro Litigio cancella a vita il nome di un iscritto a causa delle gravi violazioni delle norme deontologiche. A farne le spese Stefano Pennestrì, protagonista con il padre Antonio (che si è autocancellato dall’Ordine ormai anni fa) della peggior pagina di sempre sul fronte dei rapporti tra fisco e professionisti incaricati di seguire gli interessi dei propri clienti. Interesse che, nella lettura del mestiere ereditata da Stefano dal padre Antonio Pennestrì, comprendeva anche il pagamento delle tangenti.

Aveva patteggiato 3 anni

La decisione dell’Ordine dei dottori commercialisti (come detto la seconda della storia moderna, la prima ha riguardato un’iscritta condannata per aver rubato i soldi ai clienti) risale a qualche tempo fa, ma solo ora si è avuta conferma del provvedimento (che, da quanto si è appreso, lo stesso Pennestrì avrebbe impugnato in appello). Di certo la radiazione è già operativa e si è già tradotta nella cancellazione, dall’albo on line degli stessi commercialisti, del nome dell’ex professionista con studio in via Auguadri.

Stefano, in buona sostanza, sarebbe stato trascinato nel baratro - penale e professionale - dal padre, già protagonista nella sua storia lavorativa di ben tre patteggiamenti: i primi due per frode fiscale (non il massimo per un fiscalista) l’ultimo a quattro anni e mezzo di carcere (con la fortuna di poter scontare la pena ai domiciliari) per corruzione aggravata.

Il figlio Stefano, dal canto suo, aveva patteggiato una pena a 3 anni di reclusione.

I professionisti indagati

La vicenda ormai è nota e riguarda la tangentopoli del fisco che ha già colpito, in città, un numero impressionante di fiscalisti e di funzionari pubblici: sedici commercialisti arrestati o indagati, cinque tra dirigenti e funzionari dell’Agenzia delle entrate, un avvocato, dieci imprenditori. Tutte persone che - secondo quanto hanno ricostruito i finanzieri del nucleo di polizia economico finanziaria di Como, coordinati dal pubblico ministero Pasquale Addesso - per anni hanno pagato o intascato mazzette per poter ottenere sconti e un occhio di riguardo nella gestione della procedure fiscali a carico di alcuni clienti.

Di più, è emerso che i Pennestrì, dal canto loro, non si limitavano a fare da trait d’union tra clienti pronti a tirar fuori i soldi per le tangenti e pubblici funzionari corrotti, ma sulle mazzette ci facevano pure la cresta.

Il consiglio di disciplina dell’Ordine dei commercialisti, il prossimo autunno, dovrà tornare obbligatoriamente ad occuparsi della maxi inchiesta (peraltro non ancora chiusa, dopo l’ultima serie di arresti eseguiti dai finanzieri) che recentemente ha registrato una lunga serie di patteggiamenti da parte di molti commercialisti. Ai “giudici” dell’Ordine professionale si presenterà l’onere di dover decidere che genere di sanzione applicare agli iscritti reoconfessi di aver corrotto pubblici ufficiali del fisco: una radiazione, come nel caso di Pennestrì, o una sospensione fino a un massimo di due anni? Il presidente Litigio di una cosa è certa: «Il caso verrà sicuramente discusso e qualcosa verrà deciso».


Paolo Moretti Giornalista

© RIPRODUZIONE RISERVATA