Lecco, dopo il Covid deve
anche pagare il ticket

Il caso A inizio marzo un lecchese va al Pronto soccorso del Manzoni con sintomi influenzali ma viene dimesso, Due giorni dopo finisce in terapia intensiva e ora è guarito. Ma l’ospedale vuole il pagamento per il “codice bianco”

Lecco, dopo il Covid deve anche pagare il ticket
L’esterno del pronto soccorso dell’ospedale Manzoni nelle terribili giornate di marzo

Oltre al danno la beffa. Patrizio Corti, lecchese 50enne, sposato con moglie e due figlie, malato di Covid inizialmente non diagnosticato (al 1 marzo al Ps di Lecco, viene dimesso in codice bianco), viene messo in rianimazione il 3 marzo, dopo solo due giorni. Ora l’Asst gli chiede il conto: 25 euro per il codice bianco. Un codice che, preso al Pronto Soccorso, significa solo: “accesso improprio”. Come a dire: non dovevi andare al Ps, l’hai intasato inutilmente. Anche se avevi 38,5 di febbre, dispnea e tosse continua.

La vicenda

Eppure il signor Patrizio Corti e la moglie Raffaella, non si lamentano delle cure ricevute, seppur con due giorni di ritardo, ma dei 25 euro. Non certo della cifra, ma del dovere di pagarla quando tutto dice che si è trattato di un errore, quell’attribuzione (il codice verde, non grave, avrebbe salvato capra e cavoli), ma soprattutto che il pagamento è indebito. Corti aveva il Covid, anche se non necessitava di ricovero immediato. E lo ha dimostrato due giorni dopo. Se la burocrazia costringe un cittadino a pagare anche quando è evidente l’ingiustizia di questo addebito, allora si perde davvero fiducia nelle istituzioni. Amministrativamente parlando. Scrive Raffaella Voltan: «Lo scorso 24 febbraio, a pochissimi giorni dalla scoperta del primo caso di coronavirus in Italia, mio marito inizia a non stare bene, febbre e tosse. Subito avverto il mio medico di base, che prontamente inizia a seguire l’andamento di questa influenza. Passano i giorni ma la situazione non migliora, nonostante le cure (comprese due dosi di un antibiotico piuttosto forte) che però sembrano non avere alcun effetto. Domenica 1 marzo, sempre in accordo con il mio medico di base, viste le condizioni, decidiamo di andare all’Ospedale, a Lecco. Viene effettuato un esame del sangue e una radiografia ai polmoni, ma niente tampone. I medici decidono di rimandare a casa mio marito in codice bianco, nonostante febbre a 38.5 e tosse continua».

Veniamo al 3 marzo. «Completamente esausto da febbre e tosse continua, mio marito viene ricoverato. Gli sarà effettuato un tampone a cui risulterà positivo e finirà in rianimazione. Grazie al cielo si è salvato e siamo grati a tutti quei medici, infermieri, operatori, rianimatori, che ci hanno aiutato in una fase così buia e terrificante. Il mio più grande ringraziamento va al nostro medico di base Claudio Mossi, che ci ha sostenuto senza mai guardare se era sabato o domenica, senza mai guardare l’orologio, rincuorandoci sempre».

Come una beffa

Lo sdegno, però, arriva a maggio: «Ricevo – scrive Raffaella Voltan - una lettera dall’Ospedale nella quale mi viene richiesto il pagamento del ticket del codice bianco, 25 euro. Provo a spiegare la mia situazione, dicendo che era chiaro che mio marito fosse positivo già dalla nostra prima visita in ospedale domenica 1 marzo e che se gli fosse stato fatto il tampone con ogni probabilità avrebbe quantomeno evitato la rianimazione. Inutilmente. In data 13 luglio infatti mi è arrivata un’altra lettera: nonostante le mie rimostranze, devo pagare il ticket, per legge. Chiamo ancora per avere ulteriori chiarimenti, mi è stato spiegato che quando ho portato mio marito in Ospedale l’emergenza Covid non era ancora scoppiata e allora le disposizioni non erano ancora quelle di effettuare tamponi su tutti i soggetti con sintomi influenzali».

La conclusione è assolutamente da sposare, ma finora senza soluzione: «La legge va applicata con buon senso, altrimenti è solo cecità. Ogni caso va osservato, secondo criteri di valutazione che variano da situazione a situazione: è chiaro che se vado in Ospedale per curare un’unghia incarnita ho il codice bianco, ma se dopo tre giorni mi amputi il piede forse non è il caso di chiedere il pagamento del ticket. Non voglio prendermela con l’ospedale di Lecco, che è fatto da dottori, operatori, infermieri capaci che lavorano nobilmente, spesso in condizioni non idonee, ma sono arrabbiata con il sistema. I burocrati ciechi ottusi che sviliscono l’operato di tante brave persone».

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