Due a processo per le truffe agli anziani
Avrebbero incassato 400mila euro

Marito e moglie accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa

Si facevano passare per un nipote o una nipote. E con questo trucco carpivano la fiducia degli anziani presi di mira per derubargli dei loro averi. Ora due dei presunti responsabili di un mega raggiro dovranno comparire in aula per rispondere dell’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla truffa.

Un uomo e una donna, marito e moglie, il prossimo 18 gennaio finiranno davanti al giudice perché, secondo la Procura, sarebbero loro i capi di un’organizzazione che ha commesso decine di truffe con la tecnica del «caro nipote». Una vicenda giudiziaria che nei mesi scorsi aveva già portato a una serie di patteggiamenti, da parte dei presunti complici della coppia.

L’indagine

L’operazione “Cara Nonna” della polizia di Novara risale a un anno fa, quando gli agenti eseguirono nove misure cautelari a carico di altrettante persone accusate di aver messo a segno una lunga serie di truffe ai danni degli anziani anche nella provincia di Como. Proprio il Comasco, con Novara e Vercelli, erano risultati essere i centri maggiormente colpiti dalle denunce di pensionati frodati con la tecnica del “caro nipote” finito in difficoltà economica soprattutto a causa della crisi legata al Covid oppure bisognoso di urgenti e - ovviamente - costosissime cure mediche.

L’indagine è scattata nella primavera 2020 dopo due arresti in flagranza di reato da parte dei poliziotti. Gli approfondimenti seguiti a quel blitz avevano permesso di portare a galla qualcosa come circa cinquanta truffe a danni di anziani per un danno stimato dalla Procura di Novara in circa 400 mila euro.

Il primo contatto avveniva via telefono. I telefonisti chiamavano le loro possibili vittime, ricevendo - questo è il sospetto - le indicazioni sui numeri da contattare addirittura dall’estero. Per riuscire a convincere il pensionato a consegnare soldi o preziosi a dei complici, i telefonisti o si facevano passare per parenti oppure per cari amici di nipoti o figli finiti improvvisamente in difficoltà. Le scuse erano le più varie: il parente vittima di un incidente che ha la necessità di risarcire i danni per evitare il carcere, oppure alle prese con un guaio di salute che richiede interventi urgenti.

Il “ritiro” della refurtiva

Una volta capito che la vittima avrebbe pagato, i telefonisti incaricavano dei complici per il ritiro del bottino, o giovani ragazzi detti «non rom», oppure donne «facenti parte del clan» secondo la ricostruzione della polizia. I complici quindi si presentavano a casa delle vittime e si facevano consegnare contanti o preziosi. Sei di questi presunti complici hanno patteggiato l’estate scorsa pene da due mesi a un anno e mezzo di carcere.

Ora tocca ai due presunti capi dell’organizzazione, che si professano innocenti e che hanno deciso di essere processati in dibattimento. Anche perché di tutti gli indagati sono gli unici che non sono mai stati riconosciuti dalla vittime in quanto (secondo l’accusa) avrebbero sempre agito solo al telefono.

© RIPRODUZIONE RISERVATA