«Grazie comaschi  ma sulle paratie devo andare avanti»
Il sindaco Mario Lucini con il lago alle spalle: è in carica da tre anni e otto mesi

«Grazie comaschi

ma sulle paratie
devo andare avanti»

Pubblichiamo il testo integrale dell’intervista rilasciata a La Provincia in cui il sindaco di Como, Mario Lucini, replica alla società civile comasca che chiede di modificare radicalmente il progetto del lungolago al centro di un’inchiesta della Procura

Da sempre contrario alle paratie, il sindaco Mario Lucini ora si ritrova a vestire i panni di difensore dell’opera. Il forum organizzato da La Provincia ha fatto emergere una richiesta forte della società civile: troviamo il modo di non realizzare le opere idrauliche e pensiamo solo a realizzare una bella passeggiata. Ma Lucini, che pure non esclude del tutto questo scenario, parla di una strada «difficilmente percorribile» e caratterizzata da costi «non troppo diversi da quelli previsti per il completamento del progetto». Al momento, il sindaco punta a portare avanti le modifiche progettuali studiate a lungo, ovviamente con una procedura diversa rispetto a quella bocciata dall’Anticorruzione.

La città, per voce di 23 autorevoli rappresentanti, reagisce e prova a ipotizzare soluzioni concrete, invece di polemizzare. Se l’aspettava?

È un atteggiamento positivo, che conferma il percorso di coinvolgimento e condivisione sviluppato in questi anni, a partire dal Tavolo per la competitività nel luglio 2012 e poi nell’agosto scorso, in un momento più difficile. Non abbiamo gestito la cosa nelle segrete stanze ma sempre con trasparenza.

Come interpreta questa presa di posizione del territorio?

Conferma che non è un problema marginale per il presente e il futuro della città, ma è un aspetto determinante. Il fatto che tutti si sentano chiamati in causa è importante.

L’idea di abbandonare le opere idrauliche, giudicate inutili, e alzare la passeggiata, è quella che ha raccolto più consensi.

Proverà a portarla avanti?

Adesso le opzioni sul tavolo sono molteplici, c’è anche quella di abbandonare le opere ma non è ai primi posti della mia lista. Innanzitutto perché si scontra con gli obiettivi della legge Valtellina e con le prescrizioni fissate e ribadite dalla Regione. Inoltre, non costerebbe alla città molto meno rispetto all’ultimazione dei lavori.

Per quale motivo?

Ci sono 8 milioni di opere già realizzate che non sarebbero giustificabili e si configurerebbero come danno erariale, quindi dovremmo restituirli. Poi si aprirebbe un contenzioso con la ditta, con il pagamento del 10% dei lavori per poter rescindere il contratto, senza contare le riserve per svariati milioni. Infine, restituiremmo alla città un lungolago con due tratti diversi, con le palancole nel lago e una voragine da chiudere (lato verso Sant’Agostino, ndr). Insomma, dovremmo comunque spendere altri soldi e non pochi. Tirando le somme, il rischio sarebbe quello di pagare una cifra simile a quella prevista dalla variante. E tutto a carico di Como. Ecco perché l’idea mi sembra poco percorribile.

Manca il coraggio di fare una scelta così drastica?

Non è affatto una questione di coraggio, è fuori luogo dirlo. Il punto è che io fatico a vederla, allo stato attuale, come una soluzione percorribile e utile.

E allora quale soluzione pensa di portare avanti?

Abbiamo un progetto pronto, ben fatto, sia per la parte idraulica che per quella architettonica. Verifichiamo la possibilità di non buttare il lavoro svolto fin qui.

Ma l’Anac ha bocciato la procedura che avevate scelto. Ora se ne esce solo con una legge speciale?

Sul “come” portare avanti la variante ci sono varie opzioni in via di approfondimento. Per esempio valutiamo se è possibile superare le contestazioni togliendo altri lavori dalla variante. Abbiamo chiesto a Roma un supporto giuridico per trovare una via d’uscita che non comporti nulla di illegittimo. È prematuro pensare a una legge speciale.

I rapporti con la Regione sono tesi.

Hanno voluto e condiviso l’opera, va ripreso un confronto franco e leale, non a colpi di comunicati stampa. Alla lettera che ci hanno mandato risponderemo chiedendo di definire al più presto un incontro per valutare le possibili strade da imboccare.

Cosa può fare la società civile in questo momento?

Il ruolo può essere anzitutto quello di fare capire a tutti i livelli quanto è importante per Como risolvere questo problema. Noi continueremo a confrontarci con la città, anche per capire come potrebbero sostenere le eventuali vie d’uscita.

Una via l’hanno indicata: ridimensionare il progetto.

Nel 2012 abbiamo provato ad abbassare la quota di difesa rispetto a 200,30 ma la Regione ha detto no e anzi ha imposto 200,40.

I tempi restano lunghissimi?

Tutte le valutazioni sono condizionate dalla necessità di capire come si possono superare le obiezioni sui titoli autorizzativi edilizi relativi a quanto costruito finora. La questione oggi è ancora in sospeso, e con essa le conseguenze sul piano pratico. Nessuno per ora ha dato una risposta. Mi auguro che si chiarisca al più presto con Regione e Governo, altrimenti qualsiasi opera futura risulta condizionata. È un elemento nuovo e non possiamo far finta di nulla.


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