I “riders” di Como  Due euro e mezzo  per portare la pizza
Un “rider” di Foodracers, la startup che opera a Como

I “riders” di Como

Due euro e mezzo

per portare la pizza

Sono lavoratori autonomi o dipendenti? In città non ci sono multinazionali, ma start up. «Chi lavora bene può guadagnare 50 euro a sera»

È un fenomeno che coinvolge 10mila riders in Italia. A Como è iniziato da un anno, non con una multinazionale, ma con un’impresa italiana, la Foodracersm di Treviso. Per ora mobilita dieci persone e sono state effettuate oltre mille consegne.

L’azienda preferisce parlare di sharing economy: «I “racers” sono persone che decidono di mettere a disposizione il proprio tempo libero per le consegne, senza vincoli di orario o reperibilità».

Ma quanto prendono i lavoratori che consegnano il cibo ai comaschi? Il costo di consegna varia con la distanza e parte da un minimo di 2,50 euro: viene trattenuto direttamente dal racer che usa un mezzo proprio. Onnicomprensivo, si precisa, e c’è chi porta a casa 50 euro in una serata.

La discussione in corso a Roma non impensierisce: «Attualmente non c’è ancora un progetto chiaro dell’eventuale decreto dignità, quindi commentare ci sembra alquanto prematuro, la fase in corso è un dialogo con gli attori principali – spiega il fondatore di Foodracers Andrea Carturan - Personalmente siamo soddisfatti di come il servizio abbia molto successo nella provincia italiana, spesso trascurata dai grandi competitor internazionali. I nostri runner lavorano senza vincoli di orario o di consegne e il costo della consegna viene trattenuto dal runner stesso».

Un caso una leva

Giacomo Licata, segretario della Cgil di Como, con il sindacato a livello lombardo si è interessato del fenomeno. Non ha avuto modo di incontrare riders comaschi, spiega, ma a Milano sì. «Si sta enfatizzando – afferma – un tema che coinvolge 10mila persone in Italia. Un emblema ormai. Ma dobbiamo partire dall’emblema per offrire tutele di carattere più generale. Parliamo dell’economia del mordi e fuggi».

Questo caso dunque offre l’occasione di affrontare un modello che anche nel linguaggio lascia disorientati: «Una ragazza mi raccontava che quando un’azienda non ti usa più, non vieni licenziato, ma sloggato. Fuori dalla piattaforma».

La discussione offre l’opportunità di ampliare lo sguardo a tutte le mansioni della gig economy: «Oggettivamente questa è una forma di lavoro flessibile, ma è importante provare a dare un cappello contrattuale, con un minimo di tutele come sulla malattia o sulle coperture assicurative. Questa è l’economia dei lavoretti, ma non dimentichiamo che produce un forte reddito alle società».

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