Il grande affare dei diamanti invisibili
Bruni vuole patteggiare e non risarcisce

L’ex sindaco chiede il patteggiamento a un anno per la bancarotta della Iris

Il grande affare dei diamanti invisibili Bruni vuole patteggiare e non risarcisce
L’ex sindaco di Como Stefano Bruni accanto al suo avvocato, il legale Giuseppe Sassi
(Foto di butti)

Accusato di aver concorso a causare un fallimento da oltre un milione di euro, l’ex sindaco Stefano Bruni si è fatto avanti per proporre ai creditori della sua Iris srl (la società di famiglia, usata per tentare la scalata alla concessionaria della Mercedes Sca, fallita pure lei con decine di posti di lavoro andati in fumo) poche decine di migliaia di euro di risarcimento danni. Quindi ha proposto al Tribunale di patteggiare la pena per bancarotta a un anno di reclusione, in continuazione con i tre anni e tre mesi già inflitti a Milano per aver causato il fallimento di una terza società, specializzata nella riscossione tributi per conto di centinaia di piccoli Comuni.

L’udienza

Sulla prima offerta i creditori hanno risposto picche: la cifra è stata giudicata clamorosamente insufficiente. Sul patteggiamento - anche alla luce del mancato risarcimento - il giudice si è detto perplesso: un anno, ancorché in continuazione con una pena precedente, suona troppo generoso. E così l’udienza preliminare per il caso delle due società, fallite a causa del miraggio dei titoli di credito garantiti da una cascata (invisibile) di diamanti, è stata rinviata al prossimo mese di ottobre. Quando il giudice Laura De Gregorio deciderà da un lato se accogliere, o meno, l’istanza di patteggiamento per l’ex sindaco Bruni. Dall’altro se rinviare a giudizio gli ex soci del commercialista nel disastroso affare dei bond G-Diamonds.

Le accuse

La vicenda aveva fatto molto clamore, tra il 2015 e il 2017. All’epoca, anche a causa della fiducia accordata a soci in affari quali l’ex presidente del Calcio Lecco, Daniele Bizzozero, nonché il misterioso manager con doppia cittadinanza statunitense e iraniana Said Ansary Firouz (ucciso lo scorso anno a Roma da un ex dipendente) e i suoi “sherpa” Shahrdad Golban, imprenditore anglo-iraniano, e il bulgaro Boitscho Damjanov, Bruni aveva iniziato a girare l’Italia per proporre affari milionari nel mondo del calcio e in quello delle auto a suon di titoli di credito del tutto privi di valore.

Da un lato Jp Morgan spacciati per oro colato, quando in realtà il solo valore era la carta sulla quale erano stampati, dall’altro i bond G-Diamonds garantiti da un forziere di diamanti custodito in Austria, di cui mai nessuno ha però trovato la minima traccia. Con quei bond Bruni e soci avevano cercato di scalare il Bologna Calcio, il Monza e infine la storica concessionaria Sca della Mercedes - l’accusa finita davanti al giudice riguarda quest’ultima - di cui la società dell’ex sindaco, la Iris srl, aveva fatto la scalata con l’idea di rilanciarla. Peccato che il denaro promesso per sistemare i debiti pregressi e i vari guai non ci fosse e che, scoperto il miraggio di quei bond spacciati per milionari ma senza alcun vero valore, il castello di carte sia crollato.

L’udienza preliminare di ieri mattina è stata aggiornata al prossimo ottobre, quando da un lato il giudice deciderà se accogliere l’istanza di patteggiamento di Bruni (il suo avvocato, Giuseppe Sassi, ha già preannunciato in subordine la richiesta di rito abbreviato), dall'altro valuterà la richiesta della Procura di mandare a processo tutti gli altri imputati (nove in totale) accusati a vario titolo del fallimento della Iris, di quello della Sca e di una serie di falsi e di illeciti.

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