«Io, missionario comasco  nell’Amazzonia in fiamme»
Padre Luigi Ceppi, missionario comasco in Amazzonia, durante una messa nel villagio dell’Acre - regione al Nord del Brasile - dove vive

«Io, missionario comasco

nell’Amazzonia in fiamme»

DIOGENE / Padre Luigi Ceppi da trent’anni vive nell’Acre, regione a Nord del Brasile nel cuore del polmone verde della Terra

L’Amazzonia, quella che noi guardiamo in tv o sui giornali mentre brucia, sdegnandoci magari il tempo di postare qualche frettoloso commento sulla tastiera e dedicarci ad altro. L’Amazzonia che appare così lontana e invece è qui, nelle scelte di vita di tutti noi. Quell’Amazzonia risuona tutta nella voce di padre Luigi Ceppi, missionario comasco nella regione dell’Acre. Con la tristezza che però non trionfa sulla speranza, di più, sul sogno. Perché lui da trent’anni ormai accanto agli indigeni di questa terra, con il sostegno di tanti comaschi, non smette certo di credere in quella visione che può migliorare l’esistenza a loro e a tutta l’umanità.

I roghi che stanno divorando il polmone verde del pianeta, hanno scandito amaramente gran parte di questo impegno tra la sua gente. La situazione è ulteriormente peggiorata negli ultimi mesi: secondo l’Inpe, nel 2019 gli incendi nella foresta pluviale sono stati 72.483, un incremento dell’83% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. L’agenzia brasiliana di ricerche spaziali svolge le rilevazioni dal 2013 e questo è stato l’anno nero. Un’altra cifra prova a raccontare il dramma: il tasso di deforestazione qui è cresciuto del 67% nei primi sette mesi del 2019. Si brucia, per dare spazio ad altro, a ciò che dà reddito - tanto e subito - a pochi.

Ma i numeri, per quanto drammatici, non riescono ad andare in profondità come padre Ceppi: «Si vogliono spegnere i fuochi, ce ne sono ancora ma sono un po’ ridotti adesso, ma quello che non si intende è che bisogna cambiare tutti. Il ritmo della produzione, della vita… Si lascia in secondo piano questo aspetto, che è il più importante. Il più grande problema è rappresentato dalle cause, prima che dalle conseguenze, perché poi così continuano a essere riprodotte».

Questo alimenta un fuoco più grande, invisibile e insidioso: quello che toglie agli altri - in questo caso agli indigeni - la possibilità di vivere umanamente, ovvero rispettando la natura e se stessi. Se i roghi sono una storia tristemente radicata, c’è qualcosa di nuovo, che allarma ancora di più. «Si procede in maniera più cinica, più scientifica, ma sempre per lo stesso motivo - prosegue - Da cinquant’anni lo diciamo, poi il presidente dà la colpa alle Ong e non alle esportazioni di soia, legno e animali, pensate che in Italia si importano 25mila tonnellate di carne verde».

Che cosa significa “carne verde”? Ecco la risposta disarmante del missionario: «Ogni bue ha bisogno di un ettaro, un ettaro e mezzo per potersi sorreggere: è chiamato verde, perché vengono allevati qui in Amazzonia. Ogni bue ha bisogno di spazio e d’altro canto c’è questo problema… questo non permettere alle persone di vivere secondo le tradizioni. Non c’è più il senso di sussidiarietà. Principio che dice che nessuna autorità, né civile, politica, militare religiosa, può intervenire nel processo di scelta dei popoli». E un principio che metterà a fuoco anche il Sinodo in Amazzonia: «Queste popolazioni hanno vissuto da sempre, più di 30mila anni, in queste foreste e hanno consumato l’1%. Noi in cinquant’anni di questo “agronegozio”, di queste grandi imprese hanno abbiamo già distrutto oltre il 30%».

Una cifra superiore, a dire il vero, se si approfondisce: «Non solo quello che si toglie, ma anche il territorio vicino resta infettato. Il missionario Pansa lo diceva: dal ’56 hanno scoperto che questa terra è la più ricca di giacimenti minerali, antichi e nuovi, ed è già tutto lottizzato. Devono togliere tutta la foresta…».

Ma che cosa può fare Como, che ha sempre sostenuto questa popolazione e i progetti di padre Ceppi, che ha aiutato a realizzare piccoli e grandi sogni? Come evitare che vadano in fumo?

Prima di tutto, aiutare a diffondere una visione, un rispetto delle altre culture, sostiene padre Ceppi. Nessuno deve sentirsi superiore, magari in nome della tecnologia, «e di questo occidentalismo, questo modernismo, individualismo che ci vede malati di risultati immediati, infatti abbiamo perso il senso dell’utopia e l’unica domanda che sento è: quanto costa questo? E questo? Persino, quanto costa una messa?».

Un filo di speranza è avvolto ai giovani, anche ai nostri giovani. Pure per l’effetto Greta, certo: «Mi ha colpito la frase di quella ragazza, ho dovuto lasciare la scuola per svolgere questo lavoro. Ma che tipo di scuola abbiamo se non dà questo supporto?».

Padre Ceppi ha citato le esportazioni che spingono a bruciare ampie porzioni di terreno. Tra queste, la soia e neanche per gli umani, bensì per gli animali. «Bisogna porsi delle domande - dice il missionario - Oppure continuiamo a dipingere una casa per non vedere la crepa».

Ancora, cosa possiamo fare? «Trattare le popolazioni con più dignità - risponde - e non l’Amazzonia come un eterno serbatoio. Noi abbiamo due cooperative che contribuiscono a far vivere la gente dei frutti della loro terra. Quelle che chiamano le castagne del Brasile e altri frutti ancora che aiutano oltre 2mila famiglie. La difficoltà è il commercio. Noi abitiamo all’interno, il primo porto è a più di 4mila chilometri».

Problemi concreti, spiazzanti. Che sembrano senza soluzione.

Eppure il missionario cita rispetto, pazienza, conoscenza: parole fuori moda, che pur possono salvare l’Amazzonia e il pianeta. «Il primo gesto è formulare un pensiero differente, ovvero imparare a convivere con le diverse tradizioni - conclude il missionario e cita un esempio tranchant - Sa che quando un mulo entra in una fossa, poi non ci entra più? Può piovere o essere buio, ma lui ha memorizzato e non lo fa più. A differenza degli umani…».

Marilena Lualdi


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