L’alluvione dell’87 e le paratie di Como  «Due modi diversi di spendere il denaro»
La casa della famiglia Bollini in Val Tartano dopo la frana del 1987

L’alluvione dell’87 e le paratie di Como

«Due modi diversi di spendere il denaro»

Un architetto del lago racconta la tragedia della Val Tartano che visse in prima persona. La casa distrutta e la ritrosia nel ricevere i rimborsi. Poi arrivarono i fondi della legge Valtellina.

Questa non è solo la storia di un ragazzo miracolato (Michele Bollini, architetto comasco), della sua casa spazzata via dalla furia del fango e della mamma che, per pudore di fronte ai morti era restia ad accettare qualche soldo di risarcimento.

È la storia delle due facce degli stessi fondi: quelli pensati per le tragedie vere, come quella del 1987, ma utilizzati anche con il miraggio di rifare il lungolago di Como e poi finiti per rendere ostaggio di quel cantiere una città intera, con lo scandalo dei tempi infiniti e della bufera giudiziaria che ha portato agli arresti di questi giorni.

«Valtellina, da un disastro, due» scrive Bollini sul suo profilo Facebook mettendo due foto: quella della sua casa distrutta e quella della cartolina con il lungolago imprigionato dalle grate.

«Nell’estate del 1987, ventinove anni fa, avevo 15 anni - racconta l’architetto -. Con un mio compagno di studi liceali, raggiunsi la casa dei miei genitori in Val Tartano, per una settimana di vacanza. Un piccolo appartamento che mio padre acquistò all’età di 25 anni come seconda casa utilizzando i suoi risparmi». Dovevano essere sette giorni di divertimento. Nelle intenzioni. «I primi giorni - prosegue - li passammo al fiume, dipingendo le case che si affacciavano sulla riva poi, a lavoro finito, bussammo alle porte di quelle case per vendere i lavori. In cambio 15/20 mila lire per uscire la sera. Verso metà settimana cominciò a piovere come mai avevo visto fare. Così il venerdì chiamai mio padre dalla cabina a gettoni e gli dissi di venirci a prendere».

A salvare la vita ai due ragazzini fu proprio la noia di non poter uscire. «Il sabato seguente - racconta ancora Bollini - una frana di migliaia di metri cubi travolse la nostra abitazione, fece decine di morti e dispersi, molti dei quali nostri amici e conoscenti. Alcuni di essi non furono più ritrovati, nemmeno per poterli piangere il giorno del funerale».

Il condominio dove c’era l’appartamento della famiglia Bollini venne spazzato via. «Mia madre - scrive l’architetto - in un primo momento, non volle accedere al fondo di rimborso per i danni contemplato dalla legge Valtellina» per pudore di fronte alle famiglie distrutte, ma poi «accettò 17 milioni di vecchie lire, una percentuale calcolata sul valore delle suppellettili presenti al momento del disastro. Si trattava di una seconda casa e la legge diede, giustamente, priorità a chi perse la prima. A chi perse tutto, famigliari, beni immobili, attività e dignità. A chi non aveva più niente, nemmeno il corpo della moglie, del marito o del famigliare scomparso». La conclusione di Bollini è la seconda faccia di quei soldi. Amara.

«Passano gli anni - dice il professionista comasco - e in un ufficio a Como, qualcuno intuisce che i fondi per l’alluvione della Valtellina sarebbero stati utili per delle opere anti esondazione...».


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