Le monete romane al Tar
È scontro sul risarcimento

Il caso Polemiche anche sul volume che la Soprintendenza dedica al tesoro - L’imprenditore Dell’Oca: «Così si annulla la collaborazione tra Stato e cittadini»

Le monete romane al Tar È scontro sul risarcimento
Una delle prime immagini diffuse dopo il ritrovamento nel 2018

Como

Ci sono novità sul fronte del contenzioso che vede opposti il ministero dei Beni culturali e la società comasca Officine Immobiliari, cui si deve il ritrovamento delle mille monete romane sotto il vecchio teatro Cressoni di via Diaz, il 5 settembre del 2018.

Davanti al Tar si è svolta in questi giorni l’udienza di discussione del ricorso presentato dalla società dell’imprenditore Saba Dell'Oca . Al centro del contenzioso c’è il nodo del ”premio” che per legge lo Stato riconosce a chi rinvenga un “tesoro” quale era, ed è, quello delle monete di Como: la norma dice che la ricompensa deve essere «non superiore» al 25% del valore di quanto sia stato rinvenuto. Nel caso dei “solidi” di via Diaz, il ministero ha offerto la cifra di 369mila euro, che corrisponde al 9,25% del valore stimato del tesoro, cui va sottratta una ritenuta del 25%, pari a circa 92mila euro.

Officine Immobiliari - rappresentata in giudizio dagli avvocati Giovanni Murgia e Oliver Pucillo Furer - reputa invece che la percentuale dovrebbe salire al 25%, tenuto conto che secondo la giurisprudenza essa va calibrata sul grado di collaborazione offerta, «collaborazione - ricorda l’avvocato Murgia - che qui è stata massima», se è vero, come è vero, che la srl di via Diaz ha sostenuto oltre 330mila euro di spese tra scavi e sponsorizzazioni dei successivi studi numismatici.

Il nodo della stima

Il Tar dovrebbe sciogliere a giorni le sue riserve, esprimendosi sulla richiesta di Dell’Oca ma il percorso giudiziario rischia di rivelarsi ancora parecchio lungo. C’è infatti il nodo della stima del valore delle monete: per la Soprintendenza, la “collezione” vale meno di 4 milioni complessivi mentre secondo i consulenti londinesi dell’impresa, soltanto cinque dei dieci pezzi più rari, cioè le monete dell’imperatore Anicio Olibrio, varebbero da soli - se ceduti a un’asta - sui due milioni di euro, contro i 40mila (cadauna) stimati dal ministero. Ulteriori motivi di frizione derivano poi dalla presentazione del volume edito dalla Soprintendenza che la numismatica Grazia Facchinetti dedica al Tesoro di Como (oggi alle 17 in biblioteca comunale). Il soprintendente Giuseppe Stolfi vi scrive che l’impresa immobiliare avrebbe offerto al recupero del tesoro una collaborazione fattiva solo «in fase iniziale».

«È affermazione del tutto contraria al vero - contesta Dell’Oca - Non solo abbiamo portato a piena conclusione con l’impresa da noi incaricata, la Sap, specializzata in archeologia, tutte le indagini, le ricerche e i rilievi che si sono resi necessari, ma abbiamo addirittura finanziato indagini di laboratorio successive ai ritrovamenti e finanche, ad esempio, il trasporto delle pesanti epigrafi in museo».

Tra pubblico e privato

Il volume non menziona né l’impresa né l’attività scientifica che la stessa impresa fece svolgere: «È non solo un aspetto di buona creanza - prosegue Dell’Oca - È un atteggiamento che soprattutto recide le radici della collaborazione tra cittadini e Stato e sembra davvero esprimere una deliberata volontà del Ministero di trarre propria esclusiva gloria da fatti che in realtà sono altrui: basti leggere le parole iniziali dalla direttrice generale, secondo cui tutto sarebbe semplicemente avvenuto “grazie al lavoro degli archeologi e dei collaboratori della Soprintendenza”».

E ancora: «È sconcertante la totale obliterazione della fattiva e proficua collaborazione tra privato e pubblico. Non vi è menzione che il “Tesoro di Como” sia stato individuato nell’ambito di indagini nel sottosuolo delegate dallo Stato al proprietario del terreno e da quest’ultimo svolte con la massima diligenza, con vero entusiasmo per la storia della città, avvalendosi di qualificati archeologi operanti sul mercato privato. Il tutto con ingenti costi, sostenuti senza alcuna esitazione, per affermare la piena convergenza e compatibilità di impresa e cultura, di economia e tutela... È ingiusto trascurare il ruolo del privato, del cittadino, dell’imprenditore nella promozione culturale. Si finisce per allontanarlo, soprattutto in momenti in cui le risorse ministeriali, limitate, dovrebbero indurre a promuovere e coltivare interventi sinergici».

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