Maledetta “Dad”  Così la scuola  non può funzionare
Gli studenti della Castellini, impegnati in un dibattito sulle conseguenze della didattica a distanza (Foto by foto butti)

Maledetta “Dad”

Così la scuola

non può funzionare

DIOGENE / La distanza smaschera la disparità di mezzi

Nata come risposta a una situazione d’emergenza, la didattica a distanza è entrata in pianta stabile nella vita di studenti, insegnanti e genitori comaschi. Ma, a un anno di distanza dall’inizio, le difficoltà strutturali non sono mancate. Dalle connessioni “ballerine” agli studenti senza computer e costretti a usare il telefono, sono diversi i problemi che la scuola e le famiglie cittadine si sono trovate ad affrontare. E i soldi arrivati dal Ministero per la formazione a distanza, destinati proprio all’acquisto dei dispositivi, non sempre sono stati sufficienti a coprire l’intero fabbisogno.

In primis, c’è da segnalare la mancanza di dati specifici sul tema. Dopo dodici mesi, non esiste una rilevazione statistica sul territorio. Nessuno degli enti in teoria chiamati in causa, dall’amministrazione provinciale al provveditorato, ha compiuto un’analisi e sa quali sono le dimensioni dei problemi della dad.

Difficoltà economiche

Dall’ufficio scolastico territoriale (ancora privo ufficialmente del provveditore) arriva un solo dato, il 30% in più di richieste ricevute dallo sportello di orientamento, per la maggior parte provenienti da ragazzi con difficoltà legate alla dad. Nonostante questo campanello d’allarme, non si è andati a fondo della questione.

Però, alcuni numeri si possono ricavare considerando quanti notebook e chiavette per la connessione sono state distribuite alle famiglie dalle scuole di Como.

Considerando gli istituti comprensivi, con un’utenza quasi esclusivamente cittadina, sono più di 400 le famiglie che hanno ricevuto un dispositivo da parte del proprio plesso. In questo caso, si tratta di una difficoltà prevalentemente economica: in diversi casi, molti alunni dovevano dividere il pc con i genitori, a casa anche loro alle prese con lo smart working. E, per questo, spesso erano costretti a seguire le lezioni e a fare i compiti con lo smartphone.

Discorso diverso, invece, per le superiori: in città, infatti, arrivano studenti da tutta la provincia, anche in zone dove la linea prende poco e male. Il numero di famiglie aiutate attraverso computer e altri dispositivi sono circa 800, con una maggioranza dell’utenza concentrata negli istituti tecnici e professionali.

In totale, sono più di 1200 gli studenti delle scuole comasche che, senza un supporto, non sarebbero riusciti a seguire, in nessun modo, le lezioni a distanza.

Il questionario

A livello regionale, ci hanno provato gli studenti a capire qual è la percezione sulla dad da parte dei propri compagni. L’Uds Lombardia ha messo a punto un questionario ad hoc, cui hanno risposto oltre 7mila alunni delle superiori.

Il risultato è abbastanza scontato: la didattica a distanza non forma tanto quanto quella in presenza. Più di otto su dieci sono di quest’opinione. La quasi totalità degli studenti (circa 9 su 10) dichiara di non aver svolto le attività laboratoriali in presenza, contravvenendo a quanto sancito dalle norme del Ministero che garantivano la possibilità alle singole scuole di attivarle.

La tesi di fondo è: «La dad fa emergere tutto quello che già prima del covid non funzionava nelle nostre scuole e contribuisce sia all’aumento della dispersione scolastica sia all’attacco al diritto allo studio cone le difficoltà domestiche, i problemi di salute fisica e psicologici e un collasso sul piano relazionale e sociale».


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