Moratti e il paragone tra medici
«Noi siamo sempre reperibili»

La medicina di base replica alle accuse dell’assessore: «Lavoriamo 12 ore al giorno, con un numero di assistiti sempre maggiore»

Como

Secondo Letizia Moratti i medici di famiglia lavorano meno degli ospedalieri, da Como i camici bianchi rispondono così: «Provate a chiamare al cellulare la sera o la mattina oncologi e cardiologi».

Le recenti dichiarazioni dell’assessore al Welfare Letizia Moratti hanno fatto molto arrabbiare la categoria dei medici di famiglia, accusati di aprire solo per poche ore al giorno i loro ambulatori.

«Non scherziamo, io lavoro dodici ore al giorno – racconta Arnaldo Butti, medico di Albate – la mia giornata lavorativa non finisce dopo le sei ore di visite in presenza. Ci sono le visite a domicilio, adesso i vaccini, le telefonate di prima mattina e poi mandiamo ricette anche la sera e rispondiamo praticamente sempre. Adesso poi siamo schiacciati da una montagna di burocrazia, abbiamo 99 note per le prescrizioni dei farmaci».

Tutte indicazioni per limitare le prescrizioni dei farmaci e delle prestazioni. I piani terapeutici, quelli per gli anticoagulanti, gli indirizzi per presidi come carrozzine e deambulatori. «Siamo reperibili ovunque, figurarsi dopo la pandemia – dice Butti – provate a chiamare un oncologo o un cardiologo in ospedale. Non è colpa loro, sia chiaro, ho grande stima e rispetto per i colleghi ospedalieri. Ma non facciamo cattivi paragoni. Piuttosto la Regione ci aiuti a lavorare più rapidamente». La ricetta per i farmaci non mutuabili, anche se d’uso comune, non è ancora dematerializzata e gli assistiti devono ancora fare la spola tra i medici e i farmacisti. Il programma per inserire i dati dei vaccini antinfluenzale è bloccato. L’anno scorso, con gli antinfluenzali introvabili, i medici di famiglia sono stati sommersi dalle telefonate.

«Mi sembrano commenti offensivi, una mancanza di riguardo» commenta il medico comasco. La Regione comunque punta a riunire i medici in ospedali e case delle comunità, una riforma che ai medici non piace. «Occorre comunque pensare che la carenza ormai cronica di medici di medicina generale ha visto un aumento del massimale – racconta Gabriele Guanziroli, medico comasco con studio in via Grossi – vuol dire che una volta ogni medico doveva assistere 1.300 cittadini, un rapporto considerato ottimale. Poi questo numero è aumentato con i pazienti in deroga, per aiutare anche persone straniere o con possibili problemi. L’asticella è salita a 1.500 persone salvo che di recente l’Ats, per far fronte ai pensionamenti, ci chiede di arrivare a 1.750 assistiti. La difficoltà è sempre maggiore anche perché bisogna pensare che nel frattempo Como è invecchiata. I pazienti di oggi hanno un’età media più alta, dunque hanno molti più bisogni di cura. Sono persone che necessitano di servizi continuativi, che sono meno autonomi». Insomma i medici sono eroi e pure stakanovisti. «Non voglio difendere tutta la categoria, generalizzare è sbagliato – dice Guanziroli – noi però ci rapportiamo ogni giorno con i pazienti, gestiamo problemi e conflitti, rispondiamo anche alle tante rimostranze dirette verso il sistema sanitario».

© RIPRODUZIONE RISERVATA