Neet, l’esercito dei 13mila
senza lavoro né studio

A Como sono il 15% dei giovani fra 15 e 29 anni Monica Taborelli: «Aiutarli a formarsi come persone» Antonio Pozzi: «Dai social modelli irraggiungibili»

Neet, l’esercito dei 13mila senza lavoro né studio

Non lavorano, non studiano, non sono inseriti in nessun percorso formativo. Sono i cosiddetti Neet, un acronimo inglese usato per descrivere un vero e proprio esercito di ragazzi “inattivi”.In provincia rappresentano circa il 15% dei giovani fra i 15 e i 29 anni, secondo l’osservatorio Mpi di Confartigianato Lombardia, che ha elaborato i dati Istat. Per la precisione, la percentuale è del 15,7 per gli uomini e del 14,8 per le donne. Cioè, vale a dire 7.052 maschi e 6.177 femmine. Totale: 13.229 giovani lariani. Un numero impressionante.

«Purtroppo il dato della nostra provincia non mi sorprende», commenta Monica Taborelli , segretario generale della Fondazione Comasca. «Per questo – aggiunge - da anni siamo impegnati, in prima linea, col progetto “Nonunodimeno” per combattere la dispersione scolastica. Non è, però, un percorso semplice, perché occorre una profonda revisione dei modelli educativi, ormai consolidati nelle nostre scuole». Per Taborelli «non basta certificare competenze ma occorre aiutare gli studenti a formarsi come persone e a riscoprire il senso della propria vita».

Su circa 1,5 milioni di lombardi tra i 15 e i 29 anni, sono oltre 250mila quelli che non studiano e non lavorano. All’interno di questo insieme, rientrano anche i cosiddetti “lazzaroni” o i “mammoni”. Però, come sottolinea Antonio Pozzi , vicepresidente di Confindustria Como con delega all’education, quelle categorie ci sono sempre state. Ora è subentrato qualcos’altro. «Mentre i social veicolano modelli di gioia, felicità e bellezza irraggiungibili – ragiona Pozzi – i ragazzi guardano il mondo circostante e, fra la guerra, la pandemia e l’emergenza climatica, probabilmente si sentono smarriti».

Secondo Pozzi è necessario fare un passo indietro. Prima di trovare le soluzioni, bisognerebbe individuare le cause. «Per esempio – continua – il dato di disoccupazione provinciale è piuttosto basso. Verosimilmente, perché c’è un’alta percentuale di Neet». Bisognerebbe intervenire già nelle scuole medie: «Almeno inizialmente – precisa il vicepresidente di Confindustria Como – servirebbe concentrarsi su quella fascia d’età, prevenendo il problema ed evitando che poi, alle superiori, i ragazzi vadano in crisi. Non basta quanto fatto fino ad adesso».

Essendo un problema complesso e ricco di sfumature, non esistono soluzioni facili o colpe precise da affibbiare. «Ci vorrebbe una struttura ad hoc, gestita dallo Stato o dalle associazioni di categoria, in grado occuparsi di questo problema e capace di dare fiducia ai ragazzi. Si tratta di uno dei problemi più urgenti da affrontare: chi se ne sta occupando?».

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