Nel pronto soccorso del Sant’Anna  È qui l’ultima frontiera del Covid

Nel pronto soccorso del Sant’Anna

È qui l’ultima frontiera del Covid

Reportage / Nel reparto d’emergenza i pazienti sono ovunque: «È molto peggio di marzo»

Manuela passa accanto a un letto dov’è sdraiato un anziano. Si ferma, sistema il lenzuolo per coprirgli le gambe nude: «Non prenda freddo» dice con dolcezza. Poi s’infila nella stanza del triage, a parlare con Riccardo, per un aggiornamento sui numeri dei pazienti: 55 alle 11 del mattino. «E non è neppure la giornata peggiore» sottolinea.

Viaggio in pronto soccorso

L’ultima frontiera del Covid è un nastro rosso tirato sul pavimento e un cartello con una grossa mano nera che avverte: “Vietato entrare. Coronavirus”. Oltre quella barriera fatta di porte e di pareti di plastica, com’eravamo abituati a vedere (nell’era pre-virus) solo nei film con protagonista qualche arma batteriologica, ci sono pazienti ovunque. Non c’è stanza, corridoio, angolo senza un letto con sopra una donna o un uomo, avvolti in lenzuola gialle. Dovunque ti volti vedi un anziano che chiede alle infermiere di sistemargli meglio il respiratore, un uomo con mascherina semiaddormentato, donne che attendono pazienti.

Tra loro anche tantissimi giovani: quarantenni e cinquantenni, alcuni costretti a osservare lo schermo del proprio smartphone attraverso la c-pap, quella sorta di casco da palombaro trasparente che aiuta a ritrovare l’ossigeno perduto, ultimo step per evitare la rianimazione.

Nel pronto soccorso dell’ospedale Sant’Anna ci sono istanti in cui regna un silenzio quasi irreale. Eppure non c’è un singolo angolo dove non incontri un essere umano: paziente o sanitario che sia.

Sul monitor che aggiorna l’attività nel reparto d’emergenza, quello un tempo usato per informare i famigliari dei parenti in sala d’attesa (ieri ce n’era solo uno, sotto il tendone esterno voluto dalla direzione per offrire un riparo a quei pochi autorizzati a rimanere) ci sono quattro pagine piene zeppe di numeri e colori e orari. La prima pagina è quasi interamente occupata da codici rossi, malati in condizioni molto serie che hanno almeno un parametro vitale a rischio. E qui, in questo caso, il parametro vitale in questione è quello della saturazione, ovvero della capacità di assimilare ossigeno.

Oltre l’area del triage ci sono 18 pazienti nel cosiddetto pronto soccorso pulito, dove si trovano persone arrivate in ospedale per altre patologie che nulla hanno a che vedere con il Covid, e ben 37 nella zona “sporca”, ovvero nelle stanze che la mappa sulla riorganizzazione degli spazi realizzata dal Sant’Anna ha colorato di rosso.

«In realtà - spiega Manuela Soncin, la caposala del pronto soccorso, una vita professionale passata nel gestire emergenze - nel bisogno anche le stanze verdi, dedicate ai pazienti non positivi, possono essere annesse al pronto soccorso Covid. Ormai abbiamo una squadra affiatata e rodata non solo di medici e infermieri e oss, ma anche di addetti delle pulizie. E se una sala dev’essere recuperata per il pronto soccorso pulito, dopo essere stata usata per curare pazienti contagiati, la meravigliosa squadra delle pulizie, in alcuni casi anche solo in un quarto d’ora, la rende nuovamente operativa».

I numeri peggiorano

Detto francamente, è difficile anche raccontare cosa sia la vita nel pronto soccorso del più importante ospedale comasco in piena emergenza virus. Ci prova il primario, Roberto Pusinelli: «Diciamo che se a marzo e aprile era come un girone infernale, ora è un po’ come essere in purgatorio». Certo è «che dal punto di vista dei numeri è molto peggio ora. Se alla prima ondata avessimo avuto questi dati, non so se avremmo retto» commentano all’unisono il primario e la caposala. E questo perché mentre a livello centrale e regionale le contromisure per la seconda ondata venivano prese più a slogan che a fatti, oltre i cancelli del Sant’Anna non si è mai smesso di lavorare. E basterebbe vedere come ha cambiato faccia il pronto soccorso: «La direzione - spiega ancora Pusinelli - tiene molto all’emergenza e ha incrementato gli spazi e perfezionato i percorsi». In un ospedale che non è certo stato pensato per gestire delle malattie infettive, e men che meno delle pandemie, ci si è dovuti armare di fantasia per evitare che le persone contagiate incrociassero i sani o gli altri malati negativi al virus.

Al pronto soccorso Covid si entra in due modi: o dall’interno, varcando un sipario di plastica trasparente azzurra, o dall’esterno, seguendo il nastro rosso subito dopo il nuovissimo pre triage, che ha sfrattato gli uffici del posto di polizia.

Avvolti in scafandri bianchi e blu, dentro un bagno di sudore e con doppia mascherina, i sanitari non hanno neppure il tempo di accorgersi di eventuali intrusi. Gloria, Morena, Doriana, Cristina, Manuela, Martina, Riccardo, Luca e molti altri si affannano tra pazienti, armadi delle terapie, telefonate con i reparti per trovare posti letto e trasferire i malati, contatti con chi sta ricavando nuovi spazi per nuovi pazienti: «La sensazione - sottolinea il dottor Pusinelli - è che non abbiamo ancora visto la vetta. I numeri aumenteranno». Ancorché senza catastrofismi, il peggio deve ancora venire. E tra un mese si aggiungeranno anche i malati cronici colpiti dalla normale influenza.

Tra il personale la stanchezza è evidente. Ma nessuno si tira indietro. Sul muro di un corridoio campeggiano le foto scattate all’epoca della prima ondata. Sopra uno slogan: «Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme è un successo».

Un paziente chiama. Una oss interloquisce con la caposala. Sotto le foto qualcuno ha appeso un foglio A4 e ha sintetizzato così il lavoro in questi corridoi: «Chi doveva imparare qualcosa dalla prima ondata l’ha già imparato, chi non l’ha fatto imparerà ora. Ma se volete delle risposte, guardate al pronto soccorso. Guardate loro. Sono gli ultimi in fondo alla lista, negli ospedali ai piani più bassi e quasi nascosti eppure sempre presenti. Non chiudono, non demandano, non scaricano sugli altri. Buttano giù muri e ne mettono su altri, vedono autostrade dove altri vedono solo sentieri, ponti lì dove altri vedono distanze. Imparano di continuo, dagli altri, da se stessi, dagli errori. Pastici, mutevoli, essenziali come acqua, incompresi. Brutti allo smonto notte, sporchi di storie e di voci. Sono l’ultimo baluardo. Presenti. Non l’unica risposta. Ma sicuramente la migliore che si possa avere».


Paolo Moretti Giornalista

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