«Potete chiamarmi
pure assassino
Non chiedo scusa»
Il killer Mahmoudi rivendica l’omicidio del sacerdote E davanti alla corte d’Assise dice: «Era un peccatore»
Lettura 2 min.Aveva già preparato la borsa con gli effetti personale per il carcere, Ridha Mahmoudi. Lo aveva fatto il giorno prima di uscire dalla stanza dov’era ospite della Caritas, e dirigersi armato di coltello per l’arrosto con una lama lunga 22 centimetri in piazza San Rocco a Como. Un coltello acquistato il 30 luglio precedente al Bennet di Tavernola, assieme a un melone e due cucchiai di legno (ritrovati nella sua stanza a Sant’Orsola).
Nella prima udienza del processo per l’omicidio di don Roberto Malgesini due sono i passaggi cruciali: da un lato il fatto che il pubblico ministero Massimo Astori è riuscito a mostrare fin da subito la cornice della premeditazione (che, se riconosciuta, farebbe scattare inevitabilmente l’ergastolo) e dall’altro la corte d’Assise ha potuto sentire dalla viva voce dell’assassino una piena confessione. Di più: una rivendicazione: «Io non chiederò mai scusa, perché lui è un peccatore...».
Il prologo della prima giornata di dibattimento è movimentato. L’avvocato d’ufficio, Davide Giudici, dopo non essere stato ricevuto in carcere dal suo cliente pochi giorni prima, si sente opporre un nuovo rifiuto: «Io voglio l’avvocato Taormina» urla dalle stanze delle celle Mahmoudi. Per inciso, l’avvocato Carlo Taormina aveva già avuto modo di rifiutare il mandato. E un’altra avvocatessa di Monza aveva rinunciato, dopo aver provato a rapportarsi con Mahmoudi. E così il cerino è rimasto in mano al penalista comasco che, con senso di responsabilità e una non comune dose di serietà, ha deciso di assistere al meglio un imputato che rifiuta di essere difeso con le poche carte a disposizione. La prima di queste è la richiesta di perizia psichiatrica e di perizia per valutare l’effettiva capacità di Mahmoudi a restare a processo. La corte, a fronte dell’assenza di documenti o elementi che potessero far balenare sospetti sull’effettiva capacità di intendere e di volere dell’imputato, si è riservata: «Decideremo alla luce di ciò che emergerà durante il dibattimento». Il primo a parlare è il testimone oculare del delitto, il vicino di casa che rientrava dalla passeggiata con il cane, al quale Mahmoudi si rivolge con aria di sfida: «Puoi chiamarmi assassino, grazie». Quindi un volontario che conosce l’omicida e che quel mattino lo ha incontrato, subito dopo il delitto, mentre andava verso i carabinieri per costituirsi. Poi (forse la testimonianza più assurda, per smemoratezza) il dipendente della Croce Rossa chiamato a medicare Mahmoudi in caserma dai carabinieri, quella mattina. Un anno dopo è riuscito a dimenticarsi quanto raccontato all’epoca, ovvero che una persona che stava soccorrendo gli ha detto: «Ho ucciso il prete... l’ho ucciso a coltellate». («Ma come fa a essersi dimenticato di un fatto simile?» lo rimproverano giudice e pubblico ministero).
Il resto dell’udienza si è giocato tutto sulla conferma che l’assassino fosse proprio Mahmoudi e sulla premeditazione. Così l’ispettore della squadra mobile Peluso: «Mahmoudi dormiva presso la parrocchia di Sant’Orsola: gli avevano dato un piccolo locale alle spalle dell’altare. All’interno c’era un tavolino, alcuni oggetti sacri e una borsa con all’interno degli effetti personali che lui ci ha detto di aver già preparato per il carcere». E poi c’è la questione del coltello: la polizia ha recuperato lo scontrino del 30 luglio 2020 quando Mahmoudi, al Bennet di Tavernola, lo ha comprato. Quasi due mesi prima del delitto. E poi ci sono i manoscritti, sequestrati all’imputato, in cui di fatto preannuncia che qualcosa avrebbe fatto. Che con qualcuno se la sarebbe presa (pur senza mai parlare della volontà di uccidere).
L’udienza procede veloce. A metà pomeriggio l’avvocato Giudici si gira verso il suo cliente e chiede: «Vuole dire qualcosa alla corte?». Lui esce dalla gabbia, si siede con fare teatrale davanti ai giudici e attacca un monologo sconclusionato in cui dice di essere vittima di «complotti», che a suo carico è stata tesa una «trappola» per farlo tornare in Tunisia, che la sua stessa ambasciata ha partecipato al complotto «con i soldi sporchi del popolo tunisino», di aver ricevuto minacce in carcere a Como: «Hanno cercato di avvelenarmi, ma l’ho scoperto subito». E quando la presidente lo invita a parlare delle accuse e a non divagare, eccolo rivendicare: «Io non chiederò mai scuse, perché lui è un peccatore».
Si torna in aula tra una settimana. Entro fine ottobre, salvo perizia, la sentenza.
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