Un tetto per chi non ce l’ha
Porta Aperta nelle parrocchie

Il progetto “Betlemme” a Sant’Agata, Sagnino e Tavernola - Gruppi da due a quattro persone: «Non sempre la soluzione è il dormitorio»

Un letto in uno spazio riscaldato e sicuro, un bagno e, a fare la differenza, la cura, garantita dai volontari in un rapporto ormai personale, uno a uno. Si sta sviluppando in città un modello alternativo a quello dei grandi dormitori, destinati ai senza fissa dimora. E’ quello dell’ospitalità diffusa, per ora sperimentata in alcune parrocchie che si sono prese in carico l’accoglienza, durante questi mesi di emergenza freddo, dei senzatetto che rientrano nel nuovo progetto “Betlemme”, promosso dal servizio Porta Aperta.

Otto persone, dal primo dicembre e fino al prossimo 31 marzo, sono state assegnate rispettivamente alle parrocchie di Sant’Agata (4), di Sagnino (2), afferente alla comunità pastorale di Monte Olimpino, Ponte Chiasso e Sagnino, e di Tavernola (2).

C’è chi dorme in un appartamento parrocchiale, chi all’interno di un locale dell’oratorio, chi ancora in un’area dei nuovi spogliatoi, allestita ad hoc.

Ambiente più riservato

La proposta di gestire la grave marginalità in un rapporto di vicinanza e inclusione in cui le persone più fragili diventino “persone di casa” è partita a Sant’Agata lo scorso anno e da questo dicembre si è allargata a nuove realtà. Da Porta Aperta l’intenzione è di coinvolgere non solo le parrocchie, ma l’intera società civile.

Si tratta proprio di un cambiamento di approccio, di avvicinare ancora di più chi ha bisogno a chi offre cura, scommettendo sulla relazione personale che si instaura in questi casi e che può essere un trampolino di lancio per rimettere in pista la una vita.

«I senzatetto che stanno partecipando a questa esperienza – precisa Beppe Menafra, coordinatore di Porta Aperta – sono tutti uomini, già conosciuti dal nostro servizio e inseriti in un percorso di recupero. Hanno più di 40 anni e sono stati scelti come destinatari di questa azione perché rappresentano quei soggetti che più faticano ad adattarsi a una realtà complessa, spesso di difficile convivenza, come quella del dormitorio. In parrocchia hanno trovato un ambiente più riservato in cui sentirsi a proprio agio; si è già creata una certa sinergia con i volontari».

La risposta migliore

La vera sfida adesso è puntare alla diffusione di questo modello di accoglienza della grave marginalità affinché sia sposato anche da associazioni o da privati che abbiano spazi da adibire al progetto “Betlemme”.

«Ritengo - dice Menafra - che questa soluzione sia in grado di dare la migliore risposta al problema, in termini poi anche di effetti sociali. I dormitori dovrebbero funzionare solo per i nuovi ingressi e per i casi particolarmente difficili».

L’accoglienza si svolge quotidianamente dalle 20 alle 8 del mattino successivo; non è prevista la fornitura di pasti, viene garantito il pernottamento. Prevede un patto, siglato tra chi è senza fissa dimora e l’ente ospitante, nel rispetto di alcune regole di convivenza e delle norme di sicurezza anti Covid.

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