Sabato 07 Novembre 2009

Gli abiti di Carla Erba
raccontano un'epoca

di Anna Savini

Gli abiti sono riposti in un baule lasciato in una soffitta di Villa Erba. Sono lì da ottant’anni, o forse anche più. La donna che li indossava, Carla Erba Visconti di Modrone, apparteneva a un altro secolo, a un’altra epoca. Guido Taroni, suo pronipote, ha solo 21 anni, la conosce attraverso i racconti della nonna Ida Pace. Quando gli parlano dei suoi avi, deve usare l’immaginazione per rievocare quei tempi, i balli, i fasti di una famiglia che si rapportava con il re. Stavolta invece gli abiti, «straordinari, di haute couture», sono il filo per riportare indietro il film della vita, la strada da fare a ritroso fino a quando la bisnonna torna ad essere una ragazza nel fiore degli anni, bella, ricca, fiera, affamata d’arte, innamorata di un Visconti. Dal baule non escono solo ricami e drappeggi, escono anche suggestioni, emozioni, ricordi. Come se si materializzasse il fantasma di chi li aveva indossati.
«Avevano ancora addosso il suo profumo - dice Guido -. La mamma l’ha riconosciuto». Un abito da sera color cipria, scollo profondo, linea asciutta, stile Charleston. Un altro rosa, da passeggio. Uno azzurro ideale per bere tè. E un altro nero, per i tempi delle lacrime. Poi uno rosso, con una cintura azzurra, ardito per quei tempi. Tutti pezzi unici, tutti creati per lei dalle più prestigiose case di moda dell’epoca come la celebre Sartoria Ventura (Fornitore di Casa Reale) o l’atelier H. Haardt et Fils, creatore di modelli francesi per la ricca borghesia ed aristocrazia lombarda, vissuta a cavallo tra l’Otto e il Novecento. Guido li sfila dal baule, uno dietro l’altro, li guarda, li stende, li ammira. Per non perderne il ricordo, decide di catalogarli fotografandoli su uno sfondo casuale: la parete del terrazzo.
«Appena ho guardato nell’obiettivo, ho visto che il vento li gonfiava. È stato come se avessero ripreso vita. Mi sono emozionato». È nata così l’ispirazione di collocare ognuno dei vestiti su una parete diversa. Per tutti e 14 gli abiti, di alta sartoria, Guido ha scelto uno sfondo differente, come se ognuno di questi richiedesse una diversa ambientazione per riprendere "vita e senso" in questo sottile dialogo. «Le vecchie pareti smunte, slavate, scolorite e sgretolate fanno quindi da cornice da supporto agli abiti in modo che i cromatismi e le sfumature siano in perfetta sintonia con i colori di ogni singolo vestito - ricostruisce il fotografo -. Questi raffinati abbinamenti, oltre che a rendere le fotografie uniche e d’autore, lasciano percepire con chiarezza lo scorrere inesorabile del tempo e i cambiamenti della moda.
L’emozione che pervade chi le osserva è un misto di nostalgia per l’eleganza di un tempo passato e di struggimento per il tempo che tutto divora». Così è nata l’idea della mostra "Sogni sospesi" che inaugura il 15 dicembre, a Milano, alla caffetteria degli Atellani in via Moscova, 28 e che resterà aperta fino al 22 gennaio, dal lunedì al venerdì dalle 12 alle 22. Prima mostra a 21 anni, visto che Guido ne compirà 22 solo il 17 dicembre. «Un mio desiderio sarebbe di riproporla anche a Como o Cernobbio, in uno spazio romantico».
Guido è uno dei più richiesti fotografi per i ritratti personali. Gli lasciano carta bianca. Lui dice: "Ti trasformo". E poi ti trasforma per davvero: un’ortensia tra le mani, una nota di rosso sulle labbra, le onde nei capelli come le signore degli anni ’20, un drappo di seta che diventa un abito con lo strascico o un orecchino che scende sulla spalla. Particolari che catturano e fanno risaltare un corpo o un volto. Non si vede soltanto una donna che sta dall’altra parte dell’obiettivo, ma anche l’atmosfera che la circonda, un mondo, un’epoca, un passato finito in qualche armadio carico di pizzi e di malinconia. Stavolta ha evocato le stesse emozioni con gli abiti della bisnonna:gli ha donato un’anima, ridandogli una chance di vita.
«Nei miei lavori io non vedo niente di nostalgico, dato che il mio mondo è veramente il mondo dilatato dell’infanzia. Il vero mondo di Alice - spiega -. L’infanzia non ha problemi di memoria, di passato, o di tempo ritrovato. Il tempo dell’infanzia basta a se stesso, come i sogni, come la notte fonda senza stelle, del resto la sensibilità creativa e la bellezza estetica mi sono familiari fin dai primi anni di vita». Li ha ereditati dal padre, collezionista e appassionato studioso di arti decorative e di pittura e dalla madre donna affascinante, profonda conoscitrice di cinema, teatro, musica e letteratura. Vittorio Sgarbi, ha scritto per Guido il manifesto introtuttivo dell’invito alla mostra: «E noi? Siamo vestiti di tempo o spogliati dal tempo? Saremo anche quando non saremo più? Negli armadi resteranno i nostri abiti. Nella memoria le nostre parole e i nostri pensieri. Ma i nostri corpi saranno sottratti alla nostra anima? O di tutto ciò che siamo stati resteranno soltanto queste vesti di corpi perduti? Vestiti di tempo, memoria incosapevole». Le risposte sono nella mostra, ma anche nei pronipoti alla ricerca del loro passato.

v.fisogni

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