Lunedì 16 Novembre 2009

I nostri anni 70,
ricordi e nostalgia

di Alberto Longatti


Guardare indietro nel tempo, servendosi di vecchie fotografie, suscita una strana impressione. Sembra di contemplarsi allo specchio ma all’improvviso scoprire che la superficie brillante è diventata scura, si apre, diventa la soglia di un altro mondo, ti invita a entrare come l’Alice di Carrol. E se entri non riconosci più nemmeno te stesso, luoghi e persone colti dall’obiettivo si allontanano, ombre, figure quasi irriconoscibili. Chi sono quei giovani un po’ impacciati, che città è quella che appare in una luce nuova, da mattino d’estate?
Quando Enzo ha deciso di frugare nel suo mastodontico archivio e scegliere queste foto che descrivono la Como e i comaschi di quaranta cinquant’anni fa sapeva di provocare la sensazione di uno spaesamento. Ma è proprio vero che i comaschi, scimmiottando i milanesi, avevano l’abitudine di regalare panettoni e spumante ai vigili urbani, quasi per invitarli a caso loro, alla tavola imbandita per le feste? La foto rivela una realtà che sembra una favola per bambini. Sarà la nostra soddisfazione di rivederci giovani a far ringiovanire anche la città, a farla apparire più fresca, più pulita, allegra e bonacciona come i liceali che erano soliti salire su una vecchia carrozza a cavalli per salutare la fine del liceo e buttare i libri di testo alle fiamme.

Un gesto simbolico, perché li aspettavano studi più severi, altri libri, altre sudate notturne: ma in quel momento i diciott’anni parevano eterni, il diploma della maturità una patente di età adulta, la vacanza una conquista da non perdere più. Era la Como dove al Politeama s’era insediato il cinema, ma senza far scomparire del tutto il teatro, se non altro al lunedì, quando alla pellicola l’estroso proprietario Gaffuri aveva deciso di abbinare uno spettacolo di varietà, con comici vecchio stile e soprattutto le ballerine. Mica tanto le ragazze sulla passerella, le compagnie erano striminzite e per dare più importanza al corpo di ballo si avvertiva l’inclito pubblico che si sarebbero esibite per l’occasione otto dive e divette, cioè, il conto era facile, sedici gambe sedici. Vien voglia di guardarle in fretta, le fotografie, farle scorrere una dopo l’altra in rapide sequenze, proprio da film muto, ma con i suoi nascosti che la nostra memoria, così sollecitata, recupera alla grande. Era la Como dei democristiani che avevano la maggioranza in consiglio comunale ma non disdegnavano di allearsi con i partiti minori, del centro destra per meglio polemizzare con i comunisti o con i socialisti precraxiani, ma in qualche caso trovando accordi più o meno palesi su argomenti di interesse pubblico. Con sindaci del calibro di Lino Gelpi e poi di Antonio Spallini: il Gelpi che si ispirava nell’amministrare la città alla cauta saggezza del padre di famiglia., lo Spallino che affrontava ogni decisione con la serietà di uno scienziato e chiedeva sempre a sè e agli altri puntigliose ricerche. E con loro si sono ottenuti la passeggiata a lago di Villa Olmo, la nuova Biblioteca, la salvaguardia del centro storico, il circuito delle istituzioni culturali. Intanto cresceva il traffico delle auto, espulse da piazza Cavour ma ancora saldamente insediate in piazza Volta, veniva smantellato lo scalo a lago ferroviario con il passante dalla stazione di San Giovanni che scendeva con i vagoni fino alla sponda dove li attendevano i barconi carichi di merce. Un’eredità del passato destinata a sparire, come la chiesetta dell’ospedale Sant’Anna, demolita per far posto al monoblocco, il Val duce, a provocare la cancellazione di un’altra chiesetta, San Filippo, già fulcro di un frequentato oratorio con cinema annesso (che fu il primo, malgrado una ricostruzione e l’insediamento di un cineforum, a segnare il tracollo dei locali di proiezione). Ma non ci sono soltanto edifici ecclesiali inghiottiti dalle nuove esigenze della città, altri sorgono: la nuova parrocchiale di Sant’Agata, quella di Ponte Chiasso, la chiesa dei frati di San Giuseppe, il Tempio degli Sport Nautici di garzola, la nuova sede del Seminario di Muggiò... C’è comunque una crescita, un desiderio di sviluppo che supera il silenzio dell’austero centro storico, qualcosa si muove nel campo delle istituzioni pubbliche: la Biblioteca civica abbandona finalmente gli angusti e polverosi scaffali della Sala Benzi al Liceo Volta per trasferirsi in un edificio funzionale, innestato su uno spezzone della casa natale di Innocenzo XI, viene eretto il cantiere della nuova sede del Setificio, l’ex chiesa di San Francesco diventa salone per mostre, al posto della caserma Zucchi carica di memorie risorgimentali s’insedia il nuovo Palazzo di Giustizia, s’inaugura il palazzo del Distretto con l’intervento dell’eterno ministro Andreotti che andava dovunque come Garibaldi; ancora, l’antica sede dell’ospedale Sant’Anna, sottoposta ad un accurato restauro conservativo, si prepara ad accogliere il Conservatorio, viene eretto in periferia il forno di incenerimento e via dicendo.

Nell’ambito dell’edilizia privata non sono molti, per la verità, gli esempi di un’ architettura rappresentativa che prende il posto delle ultime popolari case a ringhiera, mentre la città romana nascosta sotto terra emerge a tratti durante gli scavi, subito soffocata: è fuori dalla cerchia dell’abitato che si hanno preziose notizie sul passato remoto della convalle e dintorni, con il clamoroso ritrovamento delle tombe preromane della Ca’ Morta. Le note negative giungono purtroppo dal settore industriale dove si sentono sinistri scricchiolii di un sistema economico in difficoltà:si chiude la tintoria Pessina, inizia e si conclude la resa della Ticosa, lasciando al Comune un terreno che resta per un interminabile periodo ingombro di rovine. Non è ancora percepibile, invece, la crisi dei tessili, anzi, grazie alla lungimiranza di un imprenditore mecenate, Antonio Ratti, viene creata una fondazione culturale. Parallelamente, un gruppo di appassionati, raccogliendo i reperti di un’attività secolare, allestisce il museo Didattico della Seta, destinato a crescere nelle fondamenta del Setificio, quasi a volerlo sorreggere con l’incoraggiamento di una storia ricca e nobile.  Certo, non è possibile dimenticare gli episodi negativi (...) Queste cose ci rivelano, anche per chi le ha vissute, questi personaggi interessanti, le fotografie tratte dagli archivi di Enzo Pifferi. E tante altre, com’era inevitabile, ha tralasciato. È bene comunque che la rievocazione si fermi ad una svolta, per non dire sull’orlo di un abisso, l’avvento degli anni di piombo che stavano per spazzare via speranze e illusioni, rendendo più ostici i rapporti fra le persone, avvelenando la politica. Di quel vortice di odio subiamo ancora le conseguenze, anche noi, abitanti di una piccola città che non ha mai aspirato a diventare troppo grande. Ma che forse avrebbe potuto ottenere uno sviluppo più ordinato e sereno.

v.fisogni

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