Mercoledì 18 Novembre 2009

Ma quella firma
solleva dubbi

di Laura d’Incalci

Chi entra nel duomo di Como in questo periodo, viene facilmente attratto verso la controfacciata, la parete interna che solitamente ci si lascia alle spalle percorrendo le navate con gli occhi rivolti all’altare maggiore. A calamitare immediatamente gli sguardi sono alcune tele fresche di restauri, da poco recuperate all’originale luminosità: «Non sono solo esperti e studiosi, in effetti, a rimanere affascinati oggi dalla bellezza di queste opere che per anni, in passato, erano state completamente ignorate dai visitatori della cattedrale» ammette don Andrea Straffi, responsabile dei beni artistici della diocesi comense, sempre più spesso interpellato a raccontare un’ avventura che potrebbe intitolarsi «alla scoperta del tesoro ritrovato».
Già, perché i dipinti, da decenni collocati sulla controfacciata in prossimità del rosone, hanno rischiato di scomparire del tutto, consumati dal tempo e dall’incuria, inghiottiti anche dall’oscurità e dalla dimenticanza che a lungo impedirono  persino di registrarne la presenza. Si tratta di due pale d’altare (di metri 4,50 per 3,50) e quattro dipinti (di metri 2, 15 per 1,30) affidati alle "cure" del professor Gian Maria Casella, uno dei più importanti restauratori  italiani, che si è misurato con un lavoro particolarmente complesso e delicato. Due anni di lavoro, un impegno economico di 120 mila euro, e soprattutto l’intenzione forte e condivisa di lanciare un messaggio positivo in un periodo di crisi, hanno sorretto l’impresa
sponsorizzata dall’associazione «Amici di Como» in collaborazione con la Fondazione provinciale della Comunità comasca e con il supporto di Intesa San Paolo.
«Le tele settecentesche appartenenti alla quadreria del duomo di Como non erano mai state sottoposte a vere e proprie operazioni di restauro, ma solo a minimi interventi di emergenza, come la chiusura di buchi e strappi» spiega Casella descrivendo le varie fasi del restauro concordato con la Sovrintendenza alle Belle Arti. «Il primo passo è stato un’accurata operazione di fissaggio preliminare delle parti di colore che risultavano pericolanti e particolarmente fragili, onde evitare anche una minima perdita di materia pittorica» racconta l’artista suggerendo l’idea di un salvataggio in extremis, come al capezzale di un moribondo che si rianima sotto l’effetto di un’efficace terapia. E l’esito è documentato oggi dallo stupore, inevitabile per chi accosta questi gioielli messi finalmente in mostra, a distanza ravvicinata e con un’adeguata illuminazione, ma soprattutto sfavillanti nel veicolare un profondo messaggio religioso insieme a suggestioni che riportano in luce qualche tratto inedito della storia locale. Una vera e propria scoperta, per esempio, è stata la "firma" venuta in rilievo in seguito al restauro in un angolo della pala d’altare che ritrae "L’adorazione dei magi" (in questi giorni la tela è ai laboratori per gli ultimi ripristini e tornerà in duomo per Natale): a destra, sul margine già parzialmente nascosto dalla cornice, è affiorata la sigla G.B.R. riconducibile facilmente al nome del pittore Giovan Battista Recchi (artista nato nel 1587 in Borgovico, attivo nel Comasco e in Valtellina, il suo nome è associato a quello del fratello Giovan Paolo, del 1606, ndr). «Sul caso, di indubbio interesse, resta aperto qualche interrogativo data l’eccelsa qualità della realizzazione pittorica» nota don Straffi lasciando spazio a qualche incertezza sulla paternità dell’opera dato che il Recchi in altri dipinti non raggiunge gli stessi vertici espressivi.
«Potrebbe però trattarsi del suo capolavoro...» insinua nuovamente. Insomma i motivi di curiosità non mancano e spesso si collegano al contesto settecentesco che generò le stesse opere d’arte: le due pale d’altare, una riguardante appunto l’adorazione dei magi, con lo stemma della famiglia Ponga, e l’altra  dedicata alla resurrezione di Cristo, commissionata dalla famiglia Mugiasca e firmata da Antonio Maria Crespi detto il Bustino, presumibilmente erano posizionate una di fronte all’altra, nella chiesa di San Giovanni in Pedemonte,  nell’area dell’attuale stazione ferroviaria. E insieme agli altri quattro dipinti, i ritratti di quattro santi vescovi milanesi quali Sant’Ambrogio, San Carlo, San Dionigi e San Senatore, costituiscono oggi un’ attrattiva carica di storia da rileggere, simboli da decifrare, tradizioni da riscoprire. E non ultimo, il "ritorno alla luce", secondo il titolo che i mecenati hanno dato al progetto, apre un percorso di catechesi modulato su intense percezioni: «I magi si aspettano di vedere un re - osserva don Andrea Straffi commentando la pala che evoca la natività - e trovano un bambino inserito in un’architettura decadente. Il messaggio è chiaro e molto immediato, indica la natura del vero potere nel mondo, che è quello di Cristo». Immagini di rara bellezza per raccontare questa e molte altre verità.

v.fisogni

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