Sabato 21 Novembre 2009

Ma quante sorprese,
dai 100 anni del Carducci

di Livia Porta

Non ho ricordi diretti del nonno Enrico, ma mediati attraverso le parole e i racconti della mamma, che del nonno è stata - e continua ad essere - figlia devota. La notizia delle ultime ore di vita del nonno - giugno 1944 - ci raggiunse a San Maurizio, dove eravamo sfollati. Da allora identifico l'annuncio di una morte imminente con la corsa precipitosa della mamma da San Maurizio a Brunate e da lì a Como, in tempo per abbracciare suo padre per l'ultima volta. Durante la mia infanzia ho visto e rivisto, come in una sequenza cinematografica, i funerali del nonno, anche se non vi ho partecipato.
Una bara trainata da quattro cavalli neri bardati a lutto, un folto corteo di persone rigorosamente vestite di nero in sosta davanti all'Istituto Carducci, da cui usciva il suono solenne di addio dell'organo fatto costruire dal nonno per il maestro Marco Enrico Bossi. Dalle pagine di "Senti una cosa", un libro che il nonno ha dedicato al suo nipote Gianni di pochi anni, salta fuori prepotente l'amore per l'Italia e in particolare l'amore per Como, che viene esaltata per le sue bellezze naturali ed architettoniche. Ma è proprio leggendo in questo libro le infinite risposte di Enrico Musa alle infinite domande di Gianni, nipote intelligente e curioso, che ho capito la vera passione del nonno: l'insegnamento.
E questa passione lo ha portato a costruire nel 1910 l'Istituto Carducci per dare «degna sede alla Associazione per la Cultura Popolare», sorta nel 1903. Il mio reale incontro con il nonno è avvenuto qualche mese fa, quando sono entrata al Carducci in veste di consigliere e, quindi, con un ruolo ufficiale, che ho sentito da subito gravido di responsabilità. Il busto del nonno nell'atrio, un volto forte e sereno, poggia su una lapide marmorea con la scritta: fondatore e animatore. Ed è proprio la parola "animatore" che riassume, ben definendolo, il ruolo che Enrico Musa ha avuto all'interno del sodalizio. Quell' "anima" che noi del Carducci, col presidente Mario Orlandoni, oggi vogliamo ritrovare in vista del primo centenario di fondazione: il 20 settembre 2010.
Da qualche mese si sta lavorando all'interno dello storico edificio, in modo che la ricca programmazione celebrativa del centenario si svolga in luogo parzialmente rinnovato e soprattutto accogliente. L'opera di riordino è iniziata da quello che consideriamo essere il cuore dell'edificio: la biblioteca, ricca di circa quarantamila volumi, la più parte dei quali raccolti nella prima metà del '900. Volumi in lingua italiana, francese, inglese, spagnola, tedesca e russa: alcune prime edizioni, alcuni volumi con dedica autografa. Dobbiamo la catalogazione delle donazioni degli ultimi trenta anni al lavoro competente di Sergio Marzorati, bibliofilo e letterato comasco, ben assistito dalle due giovani segretarie del Carducci, che custodiscono "segreti" e memorie. La biblioteca non ospita solo libri: aprendo armadi e scaffali sono emersi alcuni oggetti che hanno richiamato la mia curiosità, non scevra da una certa emozione.
Come i due martelli serviti per la posa delle due prime pietre dei due edifici di via Cavallotti (uno dei quali oggi è sede della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università dell'Insubria). Il martello numero 1 reca la scritta «14.XII.1909 Mario Musa pose prima pietra Ist. Carducci». Il martello numero 2 «Elvio Musa ampliamento Ist. Carducci 16.02.1920». Mario e Elvio, i due figli maschi, avevano all'epoca rispettivamente nove e tredici anni. Il nonno ha affidato alle loro giovani età la speranza di un futuro. Un'altra scoperta che all'inizio mi è sembrata misteriosa: una penna d'oca, avvolta in carta da pacco con la scritta: «firma inaugurale del Museo degli Esuli. da Frico a ing. Enrico Musa». La memoria storica di Alberto Longatti mi ha dato spiegazioni interessanti, suffragate dal ritrovamento di un libretto intitolato «Museo Storico degli Esuli Italiani». L'Istituto Carducci, per un accordo tra Ghisleri ed Enrico Musa, ospitò dal 1927 al 1929 una importante raccolta di libri, opuscoli, collezioni di giornali, stampe clandestine, ritratti e carteggi intimi dei profughi italiani, alcuni scampati all'ergastolo o all'impiccagione. Memorie in parte ritrovate nei «luoghi dolorosi dei loro insidiati rifugi». La raccolta, anche lettere mazziniane, proveniva da Lugano: a Como, conservatore del Museo, quel Frico, scritto sulla carta da pacco, dottor Federico Piadeni, che il Ghisleri definisce come il conservatore ideale, suo perfetto alter ego. Nel 1929 la raccolta venne trasferita al Museo del Risorgimento a Milano, che aveva sede al Castello Sforzesco, per far posto alla Scuola Magistrale. Il Carducci è per me una casa molto speciale: ho ritrovato lì dentro il mio nonno Enrico, la sua enorme generosità, il suo impegno ed amore mai venuto meno per la collettività comasca, uniti ad una straordinaria capacità di precorrere i tempi.

v.fisogni

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