Venerdì 01 Gennaio 2010

Riprende vita il Museo
Tesori gioviani a Firenze

di Franco Minonzio

Il 16 dicembre ha preso avvio presso la Galleria degli Uffizi di Firenze, e resterà aperta fino al 31 gennaio, la mostra "Santi poeti navigatori...",   per la cura di Francesca De Luca. La mostra si svolge entro il ciclo "I mai visti", promosso dalla associazione «Amici degli Uffizi», iniziativa ammirevole che abitualmente toglie dai magazzini, per restituirle alla visione del pubblico, opere poco note, spesso immeritatamente. In questo caso, si tratta invece di un’opera che, per dono della Associazione, si aggiunge al patrimonio degli Uffizi: il ritratto, realizzato dal pittore bolognese Amico Aspertini (1474 ca.-1552), del filosofo Alessandro Achillini (1463-1512), già appartenuto alla collezione raccolta da Paolo Giovio nel suo Museo. Per questa ragione, a fare da corteggio al nuovo entrato, la mostra ha chiamato a raccolta un discreto numero di ritratti della cosiddetta "serie gioviana" della Galleria degli Uffizi, vale a dire i ritratti che, per emulazione del Museo gioviano, il duca di Firenze Cosimo I fece copiare a Como dal pittore Cristofano dell’Altissimo a partire dal 1552, anno nel quale, il 12 dicembre, moriva a Firenze Paolo Giovio. Ed è per questo motivo, per costituire un pertinente contesto al ritratto dell’Aspertini, che nella mostra fiorentina sono presenti quattro quadri provenienti dai Musei Civici di Como: tre effettivamente appartenuti alla raccolta Giovio (Marullo, Leoniceno, Totila), cui si è aggiunta una veduta del Museo, di mano secentesca, copia di un originale della seconda metà del ’500.
Ma volgiamoci innanzitutto al ritratto di Achillini realizzato da Amico Aspertini. Sia l’effigiato che il pittore ebbero una stretta connessione con Giovio. Di Aspertini, pittore bolognese di cui Vasari sottolinea la personalità inquieta e grottesca («quella maniera così pazza e strana»), e cui oggi si guarda come ad un artista anticlassico che pare anticipare alcune esigenze del manierismo, occorre richiamare che è stato proposto, da Giovanni Romano, come l’autore del doppio ritratto di Alberto Magno e Giovanni Duns Scoto, appartenuto alla collezione di Giovio, anch’esso ora di proprietà dei Musei Civici di Como. Alessandro Achillini, dal canto suo, fu uno dei più celebrati filosofi aristotelici della prima metà del ’500: di ispirazione averroista, fuggì dalla sua città, Bologna, dopo la caduta dei Bentivoglio nel 1506, trovando prontamente rifugio e una cattedra a Padova, allora sede dell’università italiana in cui la tradizione del pensiero di Aristotele era sviluppata con maggior coerenza ed originalità. E proprio a Padova, tra il 1506 e il 1507, fu suo allievo, da studente di medicina, Paolo Giovio, che tramanda negli "Elogia" dei letterati una immagine vivida delle gigantomachie filosofiche che avevano luogo tra, appunto, l’Achillini e l’altro grande maestro patavino, Pietro Pomponazzi. In realtà si stimavano, pur nelle differenze ermeneutiche, ma inscenavano per gli studenti schermaglie logiche che si prolungavano fuori dalle aule universitarie, e Giovio rappresenta ora l’uno, ora l’altro, nei rispettivi elogia, vincenti sul rivale nelle battaglie dialettiche. Ma la sua connessione con Giovio non finisce qui: nel 1503 Achillini pubblicò una impegnativa prefazione alla "Anastasis", un’opera di chiromanzia e fisiognomica scritta dal medico Bartolomeo della Rocca, detto Cocles, nella quale Achillini tentò di dare legittimità scientifica a quel tipo di sapere. Una disciplina, la fisiognomica, che il medico Giovio poi incorporò tra gli strumenti della sua indagine storica, tant’è che la ricerc a di una corrispondenza tra l’ethos di un condottiero, o di un capo di stato, e le sue fattezze esteriori è nella storiografia gioviana costantemente perseguita. Come è noto, nello scrivere gli "Elogia", e soprattutto in quelli degli uomini d’arme, Giovio ricorre ad una tecnica della retorica antica quale l’ekphrasis (semplificando, la descrizione letteraria di un’opera d’arte), dedicando  le prime righe dell’elogium ad una trasposizione in termini linguistici dei tratti salienti dell’immagine fisiognomica offerta dal ritratto. Ma non è inutile spendere qui alcune parole sui ritratti comaschi in trasferta sull’Arno, anche perché i dati dell’affluenza di Palazzo Volpi autorizzano a credere che, se a Firenze si ha chiara contezza del valore di ciò che si conserva a Como, non tutti a Como sembrano essersi resi conto di quello che hanno in casa. Ringrazio Bruno Fasola e Sergio Lazzarini, che mi hanno consentito di rinfrescare il mio commento agli "Elogia", e i miei appunti relativi a questi ritratti, con le relative schede (redatte, oltre che dallo stesso Fasola, da Stefano Della Torre, Pier Luigi De Vecchi e Linda S. Klinger) dell’"Iconographia gioviana", atteso volume X dell’edizione nazionale che - dis iuvantibus - dovrebbe vedere la luce nel 2010. Quello di Michele Marullo (1453-1500), straordinaria figura di poeta-soldato di origine greca, morto prematuramente, autore di "Epigrammata" e di "Hymni naturales", è copia  da un ritratto di Botticelli,  forse semplice replica di bottega, ed è stato da Pier Luigi de Vecchi, sia pur dubitativamente, attribuito a Ridolfo del Ghirlandaio. Quello di Niccolò Leoniceno (1428-1524), medico e filosofo diviso tra Galeno e Aristotele,  propugnatore di una medicina umanistica su basi rigorosamente filologiche, capofila della scuola di medicina di Ferrara, illustrata poi da figure quali Mainardi e Brasavola, è un ritratto notevole per la qualità pittorica e la grande accuratezza dei particolari: Bruno Fasola e Stefano Della Torre, in un articolo apparso proprio su "La Provincia", 24 maggio  1979, lo attribuirono (attribuzione che altri in seguito, consciamente o inconsciamente, hanno ignorato) a Dosso Dossi, avendo per primi riconosciuto in un lettera D attraversata da un osso, che figura quale marca tipografica del volume tenuto da Leoniceno davanti a sé, la firma in forma di rebus del pittore Dossi, già utilizzata nel San Girolamo del Kunsthistoriches Museum di Vienna. "Il ritratto di Totila"o Baduila (morto nel 552 d.C.), re dei Goti, è stato attribuito a Francesco Salviati da Roberto Bartalini (1998), sulla scorta del confronto con le "Storie di Furio Camillo" della Sala delle Udienze in Palazzo Vecchio a Firenze e dalla decorazione della Cappella del Pallio alla Cancelleria in Roma: un articolo, quello di Bartalini, che conduce una felicissima analisi delle corrispondenze morfologiche e dei meccanismi inventivi del ritratto. Forse meno interessante, se non nel quadro delle esigenze documentarie della esposizione fiorentina, la secentesca veduta, di anonimo, della Villa del Museo (Musei Civici, inv. n. 596), già in passato analizzata da Stefano Della Torre: alla luce della caldissima frontiera degli studi attuali sulla tradizione dell’emblematica rinascimentale, sarebbe stata probabilmente più stimolante la presenza della veduta del Museo con le imprese (Musei Civici , inv. n. 3),  anche recentemente studiata da Sonia Maffei.

v.fisogni

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