Giovedì 28 Gennaio 2010

Plinio? Un comasco di Napoli

Una "gens" comense prestigiosa, non c’è dubbio: la più illustre sulla scena della città nel I secolo. Una famiglia dalle risorse umane e finanziarie veramente rilevanti, con un patrimonio davvero ingente di case e terreni in ogni angolo d’Italia e tale da autorizzarne ogni munifico investimento nei confronti dei concittadini sotto forma di dono di una biblioteca e di uno stabilimento termale. Cose note, queste. Ma ciò che è meno noto, almeno ai più, è la sorte strana e singolare toccatale. Quella di ritrovarsi la Campania nel suo destino e forse nel suo stesso Dna: da lì, infatti, probabilmente proveniva, almeno a dar retta a certe ipotesi toponomastiche, e lì perirà, vittima della sua infaticabile sete di conoscenza, il suo più illustre rappresentante, Caio Plinio Secondo, detto "il Vecchio", il celebre erudito ed autore di quell’impareggiabile monumento di sapere, che è la sterminata "Naturalis Historia" con la mole impressionante dei suoi ben 37 libri.
Fu nel 79 d.C., esattamente il 24 agosto, durante la tremenda eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei ed Ercolano, regnando l’imperatore Tito, quello per intenderci dell’"Amici, diem perdidi" («Amici, ho perso la giornata») di svetoniana memoria. A raccontarcelo è un testimone brillante e raffinato della vita e della cultura della sua epoca, ossia Caio Plinio Cecilio Secondo, detto "il Giovane", figlio di una sorella e da lui adottato, che si era trovato ad essere anche lui spettatore dell’evento straordinario, benché da una precauzionale distanza. Ce lo riferisce in una celebre lettera, in cui su sollecitazione di Tacito fa un resoconto dettagliato degli ultimi giorni di vita. All’amico, che gliene chiedeva notizia, perché intendeva trattarne nelle sue "Historiae", Plinio il Giovane fa una meticolosa esposizione dei fatti, spiegando che di fronte all’imminenza del cataclisma lo zio, che si trovava in quel frangente a Miseno, sul golfo di Napoli, in qualità di prefetto della flotta imperiale, aveva deciso di recarsi verso la costa più vicina ai luoghi dell’eruzione, verso Ercolano e Stabia, per osservare il fenomeno da vicino ma soprattutto per portare aiuto alle popolazioni minacciate. «Altrove era ormai giorno», racconta Plinio «ma là persisteva una notte più scura e più fitta di tutte le notti, benché punteggiata di numerose fiaccole e di luci di vario genere. Si decise di uscire sulla riva del mare per controllare da vicino se permetteva qualche tentativo, ma lo si constatò ancora sconvolto e impraticabile. Là mio zio fece stendere un  drappo per terra e vi si sdraiò, domandò a più riprese acqua fresca e ne bevve. Ma ben presto fiamme e puzza di zolfo, preannunzio di fiamme, inducono tutti gli altri alla fuga e lo ridestano; egli riuscì a sollevarsi appoggiandosi a due giovani schiavi, ma nello stesso istante stramazzò...».
Finisce così, nella testimonianza del nipote, la vita di un autentico martire della scienza, asfissiato dai venefici miasmi e dalle ceneri dello stesso «sterminator Vesevo», che 1800 anni dopo suggerirà a Leopardi amare considerazioni sulla condizione umana e sull’amore della Natura per il genere umano. Singolare destino, si diceva all’inizio: morire in quelle stesse plaghe in cui vanno probabilmente ricercate le radici stesse della sua famiglia, se è possibile che provenisse da quella Campania da dove Giulio Cesare poco più di un secolo prima nel 59 a.C. aveva trapiantato sulle rive del Lario una nutrita schiera di coloni campani, destinati a popolare la città da poco fondata.
Ad avvalorare questa ipotesi, potrebbe giovare una risultanza toponomastica, il nome cioè di un antico paesino, in cui non si fa fatica a riconoscere etimologicamente proprio il nome di Plinio. Il paese, che conta poco meno di 1000 abitanti, si chiama Prignano, in provincia di Salerno, posto sui primi contrafforti collinari del Cilento, da dove si guarda sulla piana incantata di Paestum e il mare azzurrissimo da un lato del golfo di Salerno e dall’altro del promontorio di Agropoli.
Ebbene, se si dà retta a una non peregrina interpretazione, che lo farebbe derivare da "plinianum" (praedium, "fondo, podere"), Prignano recherebbe dunque nel suo etimo un segno di appartenenza e di eccellenza di cui vantarsi, collegandosi al fatto che proprio lì, di fronte ai templi più spettacolari della Magna Grecia e poco lontano dalla Velia/Elea di Parmenide e della Scuola Eleatica, Plinio avrebbe, se non anche tratto la sua origine, almeno posseduto un fondo o una villa (e dato il riconosciuto buongusto del personaggio c’è da crederci seriamente), la cui ubicazione mai è stata finora rintracciata ma di cui qualche vestigio prima o poi dovrebbe pur apparire assieme ai tanti altri oggetti fin qui affiorati (per lo più vasellame e monete, pietre scalpellate e connesse senza malta di calce, rottami di bronzo e altro metallo, cocci di terracotta). Ipotesi, nient’altro che ipotesi e fantasie, certo, allo stato dei fatti. Ma quanto suggestive e stimolanti, e tali da istituire un’ideale "catena" tra nord e sud, tra la Campania e Como, nel nome di uno dei suoi più illustri figli.

Vincenzo Guarracino

b.faverio

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