Sabato 13 Febbraio 2010

Come parlare d'amore
dopo una separazione

di Maria Castelli

«Credevo fosse amore e invece è una lametta che mi tagliuzza il cuore. Fa rima anche così?», chiedeva il ragazzo, scopiazzando qua e là letterati e cantautori. Cercava consolazione e avrebbe imparato poi che a vent'anni le storie cominciano, finiscono, lasciano il posto ad altre ed ogni volta si trovano parole nuove. Cento miliardi di modi per parlare d'amore.
A volte, neppure uno per parlare del vuoto d'amore, fa solo male,è il male dell'anima e l'anima forse è un sospiro. Si fanno le cose che si fanno sempre, ogni giorno viene mattina e viene sera, il mondo continua a girare, il computer s'accende e i negozianti tiran su la saracinesca, i politici dichiarano e i filosofi teorizzano, il vicino di casa dice che quest'anno la primavera è in ritardo e il postino, ormai, non recapita che bollette. Ma c'è chi ha scritto tremila lettere d'amore e non sa scrivere una parola del vuoto d'amore e un anno, per San Valentino, ha comprato una rosa bianca. «Non la vuole rossa?», ha chiesto il fiorista. La voglio bianca, rispose. Come la seta del mio vestito da sposa, pensò. «Gialla, almeno», insistette il venditore. Per lui, era poi lo stesso, costavano uguali, ma a San Valentino, si usano rosse, simbolo d'amore. Gialle, significano gelosia, è pur sempre un messaggio. No, bianca.
E credeva di essere la prima ad andare al cimitero, a portare una rosa bianca, a depositarla sul granito, piano piano, come se un fiore potesse far rumore e svegliare quelli che dormono, chissà poi se dormono o sono in giro, spiriti del silenzio nell'anima e qua sotto non c'è nulla. Non era la prima. Sul vialetto più in là, c'era già un'altra donna che si stringeva in un cappotto grigio scuro, aveva anche gli occhiali scuri e non ce n'era bisogno. Il cielo è di latte, la mattina presto del 14 febbraio. L'altra donna aveva già messo a posto un vaso di violette bianche, su un altro rettangolo di marmo e adesso indugiava, accarezzava il marmo così freddo come se stesse accarezzando una persona che dorme ed è calda di sonno, di sogni, di vita. «Sono venuta qua presto anch'io», si girò, quasi di soprassalto. Non era necessario spiegare perché, la voce si tronca in gola, si abbracciarono, siamo tutti uguali, siamo tutte uguali e la più grande prova d'amore, convennero, è sopravvivere a chi si ama. È dura. Anzi, è durissima e niente sarà più come prima. Non c'è più che questo posto dove cercar parole d'amore, quell'altro è dentro l'anima ed è un vuoto che esplode. Lo dice anche il poeta: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale ed ora che non ci sei, è il vuoto ad ogni gradino». Neppure lui è riuscito a trovare una parola che spiegasse il vuoto, ha fatto ricorso ad un'immagine, ma non era certo una metafora quando un uomo e una donna si dicevano: «Ti amo e darei la mia vita in cambio della tua» ed erano così felici. Non sapevano di scatenare l'invidia degli dei, come dice la mitologia; non sapevano che il destino spariglia le carte, non sapevano che con Dio non si tratta. Per Lui, uno o l'altro non fa lo stesso, ma non dà spiegazioni sulle scelte compiute e il distacco dall'essere amato è tutto ciò che si può sapere dell'inferno. Amarsi, è tutto ciò che basta sapere del Cielo. Eppure, nessun uomo, nessuna donna vale per le medaglie ottenute nell'Eden. Ma per tutte le volte che ha saputo rialzarsi da un addio, da un tradimento, una sconfitta, una delusione. Per colpa o per caso, ad un certo punto cala il sipario, ma nessuno lascia il palcoscenico della vita senza aver provato un dolore, un rimpianto, una rabbia: il tempo non ruba né il colore degli occhi, né il sapore della lacrime; si possono buttar via carte, scarpe, vestiti vecchi, fotografie, pensieri, domande. Ma l'amore, no e rialzarsi dalla perdita dell'essere amato non significa dimenticare. Significa riempire il vuoto di forza per vivere.
Ci fu un anno in cui i fili d'erba rinverdirono presto e già a San Valentino ruppero la crosta dura della terra, le gemme rispuntarono sui rami quasi rispondessero ad un ordine che non ammetteva indugi. «Vorrei metterti tra le braccia questa bellezza e vedere il tuo stupore, vorrei raccontarti dello scoiattolo che mi ha attraversato la strada per vederti ridere, vorrei sentire la tua mano nella mia mentre camminiamo lungo questo viottolo»: una mente vagabonda parlava così o forse era il cuore ad urlare nel silenzio del Creato.Ad un certo punto, apparve una cappellina, dedicata ad una di quelle Madonne di campagna d'una volta, quando ciascuno si sentiva nello stesso palmo che muove il sole e le altre stelle. Non c'era bisogno di un poeta per dire:«E la terra sentii dell'Universo. Sentii, tremando, ch'è del cielo anch'ella». Davanti alla cappellina, i passi si fermarono. Del resto, non c'era meta, non c'era fretta, c'era solo un indefinito girovagare per aver ragione sul vuoto. Le labbra pronunciarono un nome, il nome scolpito dentro e un passerotto, in quel momento, andò a posarsi sulla cappellina. Si soffermò un poco e volò via, non era un volo normale, diceva qualcosa, ma che cosa?
Dal vuoto d'anima, non può uscire niente, non c'è niente. Ma proprio per questo, può entrare tutto: braccia che si spalancano, occhi che si riaprono, le piccole cose quotidiane, le grandi cose che spuntano all'orizzonte, la voglia di vivere perché non c'è altro da fare che vivere. Forse diceva questo e poi più nulla. Inesprimibile è la nostalgia.

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Che cosa c'è da leggere,
tra romanzi e saggistica

L'editoria riscopre che "amore" fa rima con "dolore". Nel filone di sentimento & lacrime si piazza l'esordiente Alessandro D'Avenia, con il suo «Bianca come il latte, rossa come il sangue» (Mondadori), storia di un amore adolescente che si spezza per la morte della fanciulla, affetta da leucemia. Ben altro livello di scrittura in «La storia di Christine» (Bollati Boringhieri), in cui Elisabeth Von Arnim rievoca l'amore di una giovane pianista inglese per un ufficiale tedesco, nei giorni dello scoppio della II Guerra mondiale: finirà male, per lei. Da leggere, anche «La mia follia mia ha salvato» (Spirali), in cui lo psichiatra Thomas Szasz smonta il mito della solidarietà della coppia formata da Virginia e Leonard Woolf.

v.fisogni

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