Lunedì 01 Marzo 2010

Terroristi, cuore arido
che combina disastri

di Vera Fisogni

Di recente il "New York Times" si è chiesto che cosa ci sia «nella mente dei terroristi». Più che un titolo ad effetto, questa domanda segna una svolta nel modo di guardare al più complicato dei problemi del nostro tempo. Perché, dietro la morte di migliaia di vittime nel crollo delle Torri Gemelle del 2001 a New York o dietro al massacro dell'agente segreto italiano Antonio Colazzo a Kabul ad opera dei talebani, c'è una violenza macroscopica che si intreccia a valori quali la giustizia, la libertà, la patria, la fede in principi trascendenti.
In breve: se il terrorismo è maledettamente complicato, è perché mescola il bene al male. Cercare una spiegazione limitata al fondamentalismo religioso (la fede è un'altra cosa…) o nella geopolitica, non basta più. Ecco, allora, che il tentativo di fare chiarezza si sposta alla persona, per gettare luce sui luoghi oscuri della psiche, con gli strumenti della ricerca filosofica. Con quali risultati? Gli agenti del terrorismo internazionale, di cui Al Qaeda è solo il nome più roboante entro una costellazione di sigle, non appaiono affatto degli automi. La teoria secondo cui hanno subito un lavaggio del cervello - che potrebbe confortare, come spiegazione - in realtà non regge.
Si entra nell'eversione per averlo deciso, vi si resta perché si opta per la condivisione di un percorso comune, all'interno di nuclei caratterizzati tanto dalla segretezza quanto dall'ostentata normalità. Qualcosa di molto grave, dalla portata (quasi) irreversibile, si verifica entro quei covi, tanto vicini anche a noi, come hanno mostrato le inchieste dei magistrati lombardi. Lì è opportuno indagare, per capire cosa succede nella mente dei terroristi. Ma con una prospettiva che non è quella di esaminare i contenuti ideologici somministrati durante questo praticantato di morte, altrui e propria: se ne ricaverebbero delle frasi fatte, in cui la fede viene decontestualizzata in aridi ritornelli. Piuttosto, vale la pena illuminare quel processo di svuotamento delle energie interiori, insieme sensitive, cognitive e spirituali, per cui una persona sembra "normale", mentre in realtà resta il simulacro di un soggetto umano.
Per una volta, la colpa - diciamo - di questo inaridimento non va imputata all'ideologia. Non alla sua componente positiva (dal latino "positum"), ai suoi contenuti, quali essi siano, giusti o pericolosi, come la deriva fondamentalista. A giocare un ruolo chiave, in questa fase della partita, è piuttosto l'aspetto negativo che ogni ideologia porta con sé: ogni volta che si sostiene un'idea, va da sé che se ne contestano altre. Quando poi da quel contenuto si fa derivare un sistema, quando - per dirla con Hannah Arendt - dall'idea scaturisce «la logica di un'idea» (in "Origini del totalitarismo"), e l'ideologia mostra i muscoli, la negazione diventa opposizione e basta. Niente più dialettica, solo "no" contro un unico o pochi "sì". Il diniego del senso e del valore del mondo come complessità finisce per oscurare anche i proclami di giustizia, di libertà, di fede presenti in origine.
Non dimentichiamo che l'attentatore più famoso del jet schiantatosi contro le Torri Gemelle, Mohamed Atta, era un brillante studente, un ragazzo sensibile e religioso, proprio come Umar Farouk Abdulmutallab, il giovane nigeriano protagonista del mancato attentato sul volo «Delta» Amsterdam-Detroit, alla vigilia di Natale.
Il perverso meccanismo appena citato lavora mirabilmente nel nucleo eversivo. Se alla chiusura ideale al mondo sommiamo quella che deriva dal vivere in funzione del gruppo terroristico, possiamo ben renderci conto quale erosione carsica sia al lavoro, nella mente come nell'interiorità della persona.
L'esito di questo inaridimento appare una perdita del senso della realtà. Ma allora, si può obiettare, il terrorista di Al Qaeda è un folle. In effetti, pur nella distanza siderale esistente tra l'agente eversivo e il sofferente psichico, qualcosa in comune c'è. In qualche modo entrambi stanno fuori dal mondo. Ma, mentre il paziente psichiatrico, specie nelle patologie più invalidanti, perde il contatto con la realtà in quanto si vive come una "cosa tra le cose", il terrorista resta soggetto a pieno titolo, sebbene impoverito. Il mondo a cui guarda, però, non ha più nulla a che fare con la realtà. Perché è ridotto alla sua azione, l'unica cosa che mantenga ancora un significato e una valenza positiva. Peccato che anche l'agire sia ormai smantellato. Non più mezzo ma innalzato a fine, l'atto umano si attorciglia su se stesso. Incapace di sentire la ricchezza della vita, la volontà fatica a inclinarsi al bene. Il limite è perso, forse per sempre. Uccidere una o mille vittime, che conta, allora? Nulla.
La lezione che si ricava dal processo di inaridimento dei terroristi, qui succintamente ripercorso, getta una luce sulla genesi del male, mostrandone la relazione con l'attutimento del sentire. Per semplificare: accanto al male come espressione del volere, c'è una malvagità preparata o favorita dalla perdita di contatto con la vita. Che, abbiamo visto, appartiene in modo paradigmatico ai nuclei eversivi. Ma questo rischio - lo insegna l'indagine nell'anima degli eversori - può tranquillamente verificarsi in tutte le circostanze in cui ci si chiude al mondo, ostinandosi sul "no", anche a partire da piccole questioni. Così si spiega perché persone apparentemente normali (parola da prendere con molta cautela), vicini di casa come i tristemente famosi Rosa o Olindo, possano diventare spietati assassini, pur non essendo in alcun modo classificabili come folli.

«Quando l'anima si inaridisce: il terrorismo» - Il 2 marzo alle 18 a Como, al «Salotto letterario» dell'Associazione Carducci, in via Cavallotti 7. Ingresso libero.

v.fisogni

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