Mercoledì 03 Marzo 2010

Vitali, quella strana "mamma del sole"

di Andrea Vitali

Era il quarto mese di luglio che il brigadiere dei carabinieri Efisio Mannu passava sul continente. Il primo, però, così caldo e afoso. Per quello gli era tornata in mente la mamma del sole. Sole che, tuttavia, lì sul lago, si accompagnava a qualche altro parente da tenere alla larga. L'umidità, per esempio, che appiccicava i vestiti alla pelle e pesava sul respiro. E poi incollava i pensieri uno all'altro e faceva sembrare le donne meno desiderabili. Impossibile combatterla. Serviva a poco, niente del tutto, persino il metodo, quasi un brevetto, del maresciallo maggiore Ernesto Maccadò: aprire qui e chiudere là porte e finestre per creare correnti d'aria. Il risultato era che a muoversi, da una stanza all'altra, era sempre aria calda e pesante.
Dormire, come gli aveva consigliato, inascoltata, zia Ninna vent'anni prima. L'avrebbe fatto, il brigadiere Mannu. Se non fosse stato per le mosche, razza bastarda. Una soprattutto. Rognosa. Che era andata a infilarsi su per il naso, nell'orecchio e tra le labbra ogni volta che aveva tentato di chiudere gli occhi. Ma forse più noioso e rognoso della mosca, quel pomeriggio, era il carabiniere Riccardo Milagra che, alla radio, stava cercando di seguire tutti i notiziari che davano conto della crociera del decennale, voluta da Italo Balbo per celebrare i primi dieci anni della Regia Aeronautica come arma autonoma. Era, quella radio, il frutto del primo e sino ad allora unico arresto che il carabiniere aveva effettuato nella sua carriera. Più che un arresto, in verità, era stato un equivoco. Era successo verso la metà del mese precedente. Non sapendo come trascorrere il tempo fino al momento del sonno, una sera il Milagra era andato dalle parti del Mok, alla periferia del paese, a guardare i pescatori di agoni. Tornando, quando era già buio, si era insospettito nel notare una figura furtiva che usciva da villa Sassella, di proprietà dell'omonimo ingegnere. Il passo cauto dell'ombra che reggeva tra le mani un ingombro notevole l'aveva messo all'erta, mentre le finestre buie della villa l'avevano fatto certo che quello fosse un ladro in piena azione. L'aveva atteso al cancello, l'aveva lasciato uscire e fare qualche passo, dopodiché l'aveva beccato.
All'alt del Milagra il presunto ladro s'era fermato. Quando però il carabiniere gli aveva comunicato i suoi sospetti, s'era messo a ridere. Ma che furto e furto! Dopo aver passato l'intera giornata e anche parte della sera a imbiancare il salone della villa, l'ingegnere gli aveva chiesto la cortesia di liberarlo di quella cassetta piena di oggetti ormai inutili, carabattole, tra cui quella radio.
«Chiederemo all'ingegnere», aveva obiettato il Milagra.
Allora al sospettato erano girati i coglioni.
Cristo, dopo una giornata di lavoro che gli aveva spaccato la schiena, doveva anche mettersi a discutere con…
Ma, appunto, s'era chiesto.
«Voi chi siete?».
«Carabiniere!» aveva risposto il Milagra.
«E la divisa?».
Il Milagra era diventato rosso: né divisa né tesserino di riconoscimento. Ma non aveva desistito.
«Venite con me in caserma», aveva ribattuto, «il mio superiore ve lo confermerà».
E, senza mollare la presa, aveva accompagnato il soggetto con tanto di carico al cospetto del brigadiere Mannu. L'equivoco s'era risolto la mattina seguente quando, davanti al maresciallo Maccadò, uno scocciatissimo ingegner Sassella aveva confermato la versione del sospetto ladro: la cassa che aveva asportato dalla sua villa conteneva solo oggetti inutili, robaccia da buttare via, compresa quella radio ormai morta, che lui aveva sostituito da tempo con un modernissimo apparecchio a valvole.
La presunta refurtiva era rimasta lì, in caserma, nonostante l'imbianchino avesse promesso di passare a ritirarla per destinarla al fiume. Il Milagra, dopo qualche giorno, s'era incaricato di fare piazza pulita. Ma la radio no, non l'aveva buttata via. Si trattava di un ricevitore Ruma a galena prodotto in Italia negli anni Venti, con tanto di cuffia modello EJA 500. L'aveva nascosta sotto la sua branda e passato i momenti liberi dei giorni successivi trafficando attorno all'aggeggio. Evidentemente il giovanotto aveva una certa conoscenza di quelle trappole poiché una mattina, verso fine mese, s'era presentato al maresciallo Maccadò e, imbarazzato come se gli stesse facendo una dichiarazione d'amore, aveva chiesto il permesso di tenere per sé la radio che aveva riportato in vita. Il maresciallo non aveva opposto obiezioni. Anzi, aveva personalmente informato brigadiere e appuntato di aver autorizzato il Milagra a tenersi la radio e ad ascoltarla.
«Purché non in orario di servizio!».
Il Milagra aveva ringraziato dapprima il maresciallo e poi il cielo, che gli aveva consentito di arrivare in tempo per seguire l'impresa della crociera. I trasvolatori erano infatti partiti da Orbetello quella mattina, dopo alcuni rinvii dovuti al maltempo, ed erano già arrivati ad Amsterdam, prima tappa dell'impresa. Per non perdere gli aggiornamenti, il Milagra aveva chiesto al brigadiere il permesso di tenere l'apparecchio sempre acceso, benché fosse in servizio. Il permesso era stato accordato, a patto che tenesse almeno un orecchio libero: spesso però il segnale audio andava a farsi benedire e per ritrovarlo il Milagra doveva impiegare dei bei quarti d'ora, spostando il contatto a molla, il "baffo di gatto", su punti diversi del cristallo di galena. Alle scorregge che uscivano dalle cuffie dell'apparecchio si mischiavano le imprecazioni del carabiniere. Solo quando sui due, uomo e radio, calava il silenzio, il brigadiere capiva che il Milagra, come accarezzasse un neonato, stava manovrando la manopola per regolare la sintonia.
«Milagra!» gridò a un certo punto il Mannu.
«Comandi», rispose quello apparendo subito dopo alla soglia dell'ufficio. Il Mannu sorrise.
«Di dove sei tu?».
«Voghera, brigadiere».
«Voghera? Con quel cognome?».
«Sì, brigadiere. I miei sono abruzzesi ma si sono trasferiti a Voghera e io sono nato lì».
«Ah!» fece il Mannu. «E a Voghera ce l'avete la mamma del sole?».
La fronte del Milagra si arricciò.
Il brigadiere picchiò una violentissima manata sulla scrivania.
«Brigadiere, scusate…» mormorò il Milagra. Ma che cazzo! Se non ne sapeva niente, cosa poteva farci? Cos'era 'sta mamma del sole? A Voghera non ne aveva mai sentito parlare.
«Va bene, fa niente», disse il Mannu sorridendo, con la mano, sotto cui giaceva finalmente spiaccicata la mosca rognosa, ancora ferma sulla scrivania.
(© A. Vitali, «La mamma del sole», Garzanti, 300 pag., 18,60 euro)

b.faverio

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