Sabato 20 Marzo 2010

Al lavoro con Nanda
Pivano vista da vicino

di Laurana Berra 

Ritornata dagli Stati Uniti e impiegatami alla Casa Editrice Mondadori, dopo un conveniente periodo di tempo in cui venni messa sotto osservazione, fui ritenuta idonea a divenire l'assistente di Fernanda Pivano. Bisogna dunque sapere che "la Nanda", amatissima e molto stimata in redazione, era tuttavia considerata un carattere, per così dire, forte, da trattarsi con la massima diplomazia, dote della quale, bontà loro, io sembravo abbondantemente fornita. Ebbene, devo riconoscere che, quanto a diplomazia, quell'incarico fu davvero una buona scuola per me e mi preparò in modo adeguato alle situazioni che avrei dovuto affrontare in seguito sul lavoro e nella vita.
Era il mio primo impiego, mi sentivo pronta a qualunque cimento, volevo essere messa alla prova, volevo fare bella figura. Perciò accolsi quella prospettiva di lavoro con soddisfazione e sconsiderato entusiasmo. Tutti i pomeriggi mi recavo nel bell'appartamento di Nanda nel centro di Milano (e nonostante ciò silenziosissimo), foderato di libri, alle pareti quadri e litografie di importanti autori contemporanei, spesso con dedica.
Verso le cinque si faceva vivo per una tazza di té il marito, l'architetto Ettore Sottsass, non ancora famoso e quindi assai cordiale. Insomma, uno spasso piuttosto che un lavoro vero e proprio. Si trattava di rivedere insieme e preparare per la stampa la traduzione di un romanzo di Faulkner. Non occorre certo essere un esperto di letteratura americana per sapere chi è questo autore e come scrive. Già è difficile capire il significato del testo in inglese, figurarsi poi trovare le parole adatte per renderlo in italiano. Un'impresa da far tremare le vene e i polsi.
Fernanda Pivano c'era riuscita benissimo, da par suo, con una prosa fluida ed elegante. Solo in qualche raro passaggio io non mi trovavo d'accordo con lei. Fresca com'ero di lingua americana, avrei talvolta preferito un altro termine piuttosto che quello usato dalla Nanda. E qui cominciavano i guai. Nonostante mettessi in atto tutte le mie accertate doti diplomatiche, cercando comunque di non scivolare in un bieco servilismo, la Pivano si irrigidiva, il suo sguardo diventava cupo. Sapevo che considerava la letteratura americana territorio esclusivamente suo, inaccessibile agli altri, anche se benintenzionati. Taceva: talvolta così a lungo da farmi temere di aver compromesso in maniera irrimediabile il nostro rapporto. E invece no: riemergeva da quel silenzio con una definitiva, inappellabile sentenza e spesso era di consenso alla mia proposta a dimostrazione che per lei il lavoro ben fatto risultava prioritario rispetto a qualunque altra considerazione.
Poi ognuna di noi andò per la sua strada, i nostri rapporti si fecero occasionali e rari, la Nanda sparì nel turbine dei movimenti letterari degli anni sessanta. Ma gli scrittori americani non potevano certo sparire, le rimasero fedeli amici, facendo riferimento a lei per tutto ciò che li riguardava nei rapporti con gli editori italiani. E così, nell'ultimo tratto della sua vita, il lavoro di Fernanda Pivano è stato rivalutato, con mia grande gioia, e lei stessa sembra divenuta per i giovani un guru, un apripista della nostra cultura.

v.fisogni

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