Lunedì 12 Aprile 2010

L'incredibile storia
delle "donne cavallo"

di Licia Badesi

Se parliamo di donne e lavoro, il pensiero corre immediatamente al tessile, all'allevamento dei bachi, all'agricoltura. Non all'industria estrattiva. Ma ecco un documento del 15 gennaio 1724, relativo alla miniera di ferro di Dervio (Lc), che ci offre una testimonianza interessante sull'impiego della manodopera femminile. La miniera era destinata a non durare a lungo: il documento si riferisce al periodo in cui era ancora attiva e prometteva bene.
Si tratta di un verbale del «sindacatore di Bellano», che ha il compito di recarsi al forno di Premana, di proprietà di tale Antonio Maggi (mercante di ferro all'Agnello di Milano) per verificare la consistenza della vena di ferro «trovata nel fiume Varone».
Venerdì 14 gennaio il nostro uomo, che al momento di trova a Gravedona, si reca sul luogo. A Premana viene alloggiato in canonica, perché - egli spiega - presso il forno che da Premana dista un buon miglio (vale a dire poco meno di 1800 metri) non c'è «comodità di loggiare».
Il giorno dopo, alla presenza di testimoni, ha luogo l'esperimento ordinato dal Tribunale. L'esito è favorevole. Infatti «si è vista ed osservata una quantità di vene che sarà verosimile duecentodieci pesi». A questo punto segue la testimonianza di uno dei presenti, cavatore di ferro in miniera da più di vent'anni, abitante a Dongo. Ha lavorato sul lago Maggiore, servendo la venerabile Fabbrica del Duomo di Milano. Poi ha lavorato a Dervio, per il Maggi. Il cavatore assicura che il ferro in questione è stato scavato nel fiume di Dervio, ma non è in grado di fornire i nomi di chi ha trasportato il minerale dalla cava fino al lago. Il percorso non è breve. Dal luogo dello scavo al lago la distanza è di un miglio e mezzo; dal lago fino a Bellano è di tre miglia, e da Bellano al forno è di otto miglia e mezzo: tredici miglia in tutto. Dal trasporto, dice il cavatore, si sono occupati i cavallanti di Premano, Taceno e Casargo. E in che senso se ne sono occupati lo chiarisce subito. «L'Illustrissimo Delegato deve sapere che questa vena non è stata condotta da detti cavallanti, ma da alcune donne, sino al lago, per non esservi comodità di cavalli. E quand'anche vi fosse detta comodità, è impossibile in detto sito il poter camminare i cavalli».
Dal suo racconto apprendiamo che, una volta trasportato in riva al lago, il minerale veniva poi caricato su una barca fino a Bellano, e infine da Bellano al forno, questa volta per mezzo di cavalli. Secondo la testimonianza del cavatore ogni donna trasportava 50 libbre di minerale per volta. Tenendo conto che il valore della libbra grossa (secondo l'uso milanese) era di 750 grammi, ogni donna trasportava dunque circa 37 chili di ferro (l'equivalente di uno zaino militare «affardellato».
Dal suo racconto apprendiamo che, una volta trasportato in riva al lago, il minerale veniva poi caricato su una barca fino a Bellano, e infine da Bellano al forno, questa volta per mezzo di cavalli.
Secondo la testimonianza del cavatore ogni donna trasportava 50 libbre di minerale per volta. Tenendo conto che il valore della libbra grossa (secondo l'uso milanese) era di 750 grammi, ogni donna trasportava dunque circa 37 chili di ferro (l'equivalente di uno zaino militare «affardellato» per una strada che definire impervia è un eufemismo. Ed ecco il dialogo che si svolge tra il delegato e il cavatore.
«Quanto venivano pagate le donne?»
«Cinque o sei soldi per carico, dal sito fino al lago».
«E per una giornata?»
«Quindici soldi e la merenda».
«E di che spesa è la merenda?»
«Quattro o cinque soldi».
D'inverno - specifica il cavatore - le donne facevano quattro o cinque viaggi al giorno. D'estate avrebbero potuto farne anche di più, ma d'estate esse «hanno da cudire alla coltura dei luoghi». Quanto ai cavallanti, non si può fare affidamento su di loro, neppure in estate, perché i loro cavalli - egli conclude - «non possono resistere alla fatica massime nel fare la salita da Bellano fino in Mugiasca». Le donne invece, è sottinteso, resistono benissimo. La relazione termina con una considerazione finale del delegato, il quale apertamente dichiara che se non avesse avuto l'ordine preciso del Tribunale certamente non sarebbe passato da quei luoghi.
«Non v'è strada propria per far passare i cavalli, o muli, o giumenti ed è molto pericolosa per camminarvi lì uomini e in alcune parti non vi è sito da posare un sol piede in modo tale che sarebbe necessario tagliare il sasso vivo».
(© «Geniodonna» di aprile)

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