Giovedì 27 Maggio 2010

Tra i volti degli antenati
si sfoglia la storia di Como

di Alberto Longatti

Ad osservali insieme, impettiti e allineati come per una parata o sorpresi nel salotto di casa mentre erano intenti alla lettura, non hanno l'aria dei ritratti da galleria, quelli degli antenati appesi alle pareti dagli eredi. Sembrano invece scaturiti da un album di famiglia, dei memorandum da estrarre in occasione di qualche festa d'anniversario: immagini-ricordo, messaggi conservati per essere trasmessi ai posteri. Non dimenticateci, c'eravamo anche noi, sembrano sussurrare più con gli occhi che con le labbra semichiuse.
Sono i 160 ritratti della quadreria proveniente dall'ospedale Sant'Anna, che ora si mostrano per la prima volta in pubblico nelle sale della pinacoteca comunale. Si mostrano soltanto in parte, naturalmente, perché era impossibile esporli tutti. Ma anche da questa selezione parziale si percepisce che hanno qualcosa che li accomuna, il desiderio del donatore di lasciare una traccia di sé, invitando altri a seguirne l'esempio, come se si passassero reciprocamente il testimone. Una gara partita da lontano, da oltre cinque secoli, da quando l'ospedale aveva altre sedi e arrivata fino ai nostri giorni, o perlomeno, a giudicare dalle date dei dipinti, interrotta soltanto agli albori del secondo millennio. E se nello scorrere del tempo, dai secoli XVI, XVII, XVIII, si evidenzia, attraverso gli atteggiamenti del corpo, il flettersi del capo e i gesti delle mani, la volontà di far intendere il prestigio del censo, la fierezza di essere al vertice della società, man mano s'intende che, pur mantenendo alta la consapevolezza di rappresentare il ceto dei maggiorenti, i  personaggi effigiati perdono la rigidità della posa, sembrano rinunciare all'autorevolezza, diventano affabilmente nonni, genitori, fratelli maggiori. La finalità di questa galleria, formatasi senza richiesta di un'unica committenza ma per volontà di singoli donatori, trasformatasi in una tradizione durata così a lungo, esclude la possibilità che l'estetica prevalga sul semplice valore di testimonianza. Solo alcuni dei dipinti hanno la qualità di opere d'arte, affidati alla mano di esperti autori. Ma è nella sua totalità che consiste il valore della raccolta, perché ognuno dei dipinti, anche se non recano sempre la firma di professionisti o addirittura di capiscuola, rivela particolari di costume e peculiarità fisionomiche che permettono di ambientarli nell'epoca in cui sono stati eseguiti. I nomi dei personaggi, poi, sono davvero rappresentativi del luogo in cui hanno vissuto, per il loro nobile lignaggio, o la fama raggiunta come professionisti, imprenditori, commercianti: nomi che la città ha onorato nelle targhe delle strade, cone gli Odescalchi, i Giovio, i Lambertenghi, i Cernezzi, i Mugiasca e poi i Binda, i Somaini, i Negretti, gli Scalini, i Perlasca, i Rimoldi, gli Onnis e via via gli altri, un elenco di benefattori che con i loro lasciti, in denaro, in terreni, in fabbricati hanno contribuito ad alimentare l'attività dell'ospedale. E la loro munificenza ha un significato che va oltre la donazione perché rappresenta un ricambio, un tributo di affezione, di riconoscenza per le cure avute. Certo, queste tante immagini di persone sono difficilmente allontanabili dal luogo al quale era stati destinati: se dovessero in futuro venir ospitati stabilmente da un museo questo non potrebbe che riferirsi all'ente ospedaliero. Non è da oggi che ci si chiede dove potranno avere una sede conveniente, ma certo il rivelare la consistenza del patrimonio porrà con maggior forza un quesito che dovrà pure trovare soluzione: altrimenti sarebbe stata vana l'iniziativa della Famiglia Comasca che, con il contributo finanziario della Fondazione della Comunità, ha provveduto a far restaurare ai tecnici dell'Accademia Galli dipinti in cattivo stato di conservazione dopo molti anni di oblìo, accantonati in locali non idonei. E la ricerca di una soluzione è resa ancora più necessaria perché i ritratti sono soltanto una parte della quadreria, che infatti comprende anche un'ottantina di dipinti di soggetto vario.
Per lo più questa seconda parte della collezione si caratterizza per una tematica spiccatamente devozionale: sono immagini religiose, santi e madonne, crocifissioni e scene evangeliche, collocabili in chiese piuttosto che in abitazioni private. Ma è evidente che potrebbero prestarsi alla preghiera anche negli angoli dedicati al culto dell'ospedale. Qui comunque si trovano i pezzi di maggior pregio, come la dolcissima "Educazione" di una Madonna bambina amorevolmente istruita da Sant'Anna, con San Gioacchino che assiste a lato: un dipinto seicentesco attribuito alla scuola di un valido artista spagnolo, Jusepe da Ribera detto lo Spagnoletto, che compare non a caso nei manifesti di presentazione della mostra. E ci sono anche lo splendido gruppo di famiglia tratteggiato da quell'eccellente pittore che fu il seicentesco cremonese Panfilo Nuvolone (di proprietà dell'Asl) , un paio di finissime vedute delle ville Celesia e Grumello, altri paesaggi ottocenteschi. Non mancano le curiosità, come una "Tentazione di Cristo" nella quale la natura diabolica di uno dei personaggi è emersa soltanto dopo il restauro, mentre prima non era decifrabile sotto la patina degradata del colore.
Insomma, c'è molto da vedere, in questa mostra allestita proprio quando sta per aprirsi la nuova sede dell'ospedale Sant'Anna, segnalando la continuità di una presenza che lega passato, presente e futuro. Con una testimonianza viva della sua storia, trasferita in dipinti che da ora i comaschi possono meglio conoscere ed apprezzare.

v.fisogni

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