Mercoledì 09 Giugno 2010

Nella verde terra del "natel"
dove lavora il "buralista"

È di sabato scorso la notizia che la Svizzera promuoverà, nei Cantoni, la lingua italiana. Ma davvero parliamo lo stesso idioma, con i "cugini" d'oltrefrontiera? Una giovane italianista ticinese fa il punto sulle differenze comunicative.


Eravate convinti che azione fosse un vocabolo legato al mettersi in moto; e, invece, facendo un salto nella vicina Svizzera, vi siete accorti che nei supermercati questo verbo indica quello che in italiano è espresso col termine offerta. Il motivo?
Semplice: la Confederazione vanta sul suo territorio ben quattro comunità linguistiche diverse e risulta quindi inevitabile, per un banalissimo processo di osmosi, che le lingue si contamino a vicenda, assumendo caratteristiche proprie che non si ritrovano nelle consuetudini degli altri parlanti madrelingua. E così i grandi magazzini, che operano su scala nazionale, traducono il termine svizzero tedesco Aktion (che poi, a ben guardare, in Germania non esiste) con azione. «Sì, è vero, c'è un italiano d'Italia, e uno di Svizzera» spiega a La Provincia Matteo Casoni, linguista attivo nell'Osservatorio linguistico della Svizzera italiana. «E bisogna stare attenti a non recepire questa specificità in maniera negativa». E difatti è normalissimo che in un territorio diverso, soggetto a regole di organizzazione socio-politico-culturale differenti, emergano tratti e caratteristiche proprie. Ma, agli occhi di un italiano che si ritrovi a sfogliare i quotidiani, balzano subito altri ticinesismi: il termine passeggiata, ampliando l'accezione semantica, viene usata come sinonimo di "gita". Oppure il medicamento, la versione elvetica del nostro "medicinale" o "farmaco". Non vi è mai capitato di chinarvi su un problema? Ai politici svizzeri, molte, moltissime volte (in modo fruttuoso, si spera). Quelli italiani i problemi piuttosto li affrontano, o li prendono in considerazione; ma questo solo nella migliore delle ipotesi. "A dipendenza di" è l'espressione ticinese per dire "a seconda di". Ma, al posto di essere dipendenti dal cellulare, i nostri vicini di casa ticinesi lo sono dal natel; i rischi, alla fine, son pur sempre gli stessi, ovvero le bollette più alte e un "modus communicandi" meno profondo di quello a quattr'occhi. Se poi voleste andare nella piccola cittadina medievale in Svizzera francese, ricordatevi di chiamarla Friborgo; se direte Friburgo, tutti crederanno che vogliate andare in Germania. C'è poi tutta una serie di vocaboli che fanno riferimento a realtà istituzionali tipicamente elvetiche: il corso di ripetizione, per esempio, è un ripasso che ogni cittadino elevetico di sesso maschile è tenuto a fare ogni due tre anni per non perdere gli insegnamenti ricevuti durante la scuola reclute. La cassa malati corrisponde più o meno alla nostra "assicurazione malattie"; tutti i Comuni, poi, dispongono di una sala multiuso dove si svolgono conferenze, incontri, presentazioni di eventi o libri. Il buralista, infine, è il responsabile dell'ufficio postale.
Che posto hanno gli elvetismi entro il contesto giornalistico ticinese? I quotidiani, e in generale i media (tra cui la tv) svolgono un'azione duplice: elaborano le suggestioni che giungono dalla comunità, riproponendo alla stessa nuovi stimoli e modi. Consultando gli atti di un convegno svoltosi a Bellinzona con lo scopo di riunire le più interessanti ricerche di linguistica italiana in Svizzera, emerge subito un dato: i "ticinesismi" e gli "elvetismi" non sono esclusi dal linguaggio giornalistico, e forse non solo per un senso di radicamento al territorio. Per capirci meglio: il vocabolo natel, subito riconosciuto come ticinesismo, è bandito senza pietà. Ma l'espressione a dipendenza, anche quella tipicamente elvetica, abbonda. Così come un'altra, chinarsi sul problema. Perché? Forse queste espressioni, facilmente comprensibili anche dal resto della comunità italofona, non vengono riconosciute come elvetismi. Se dobbiamo tirar le somme, quindi, emerge il desiderio, da parte dei giornalisti, di utilizzare un linguaggio depurato da espressioni dialettali o da ticinesismi; operazione che riesce però solo in parte, a causa appunto di prassi consolidatesi negli anni e non più riconoscibili come specifiche del territorio. Il linguaggio giornalistico ticinese, rispetto a quello italiano, risulta poi meno espressivo e meno aperto ai forestierismi: più conservatore, come spiega nel suo saggio Claudia Ricci, la linguista che si è occupata della tematica.

Laura Di Corcia

b.faverio

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