Domenica 13 Giugno 2010

E alla fine, Tolstoj fece notizia

Quando ricorrono i cosiddetti anniversari tondi della nascita o della morte di un grande scrittore si ha la tendenza a chiedersi quale sia stata l'eredità più profonda e duratura dello scrittore in questione e cosa rimanga dei suoi scritti, quali sue opere sono sopravvissute al passare del tempo e al susseguirsi delle mode culturali e quali invece sono cadute più o meno irrimediabilmente nel dimenticatoio.
Si tratta di domande assolutamente lecite, che è giusto porsi soprattutto quando l'anniversario tondo riguarda non già un grande scrittore, quanto piuttosto un vero e proprio gigante della letteratura come Lev Tolstoj. Anzi, sono domande tanto più legittime nella misura in cui le risposte sono tutt'altro che scontate.
Se oggi infatti ci si chiede cosa rimane di Tolstoj, la grandezza e il ricordo sembrano ridursi a una manciata di straordinari racconti e un paio di romanzi, "Guerra e pace" e "Anna Karenina", che fanno sicuramente parte della coscienza collettiva ma che nella stragrande maggioranza dei casi sono conosciuti solo per sentito dire o peggio ancora grazie a qualche fiction televisiva oppure a qualche improbabile megaproduzione hollywoodiana. Tutto il resto della sua opera - gli scritti religiosi e politici, la critica delle ingiustizie sociali, le denuncia rivolta a un intero sistema di vita e di fede basato sulla finzione e sul profitto - viene sbrigativamente e ipocritamente rubricato quale vaneggiamento di un vegliardo, e poco importa se il vegliardo, nei suoi vaneggiamenti, sia stato in grado di prefigurare alla perfezione il degrado e la rovina di un'intera civiltà.  
Un secolo fa, invece, il 7 novembre 1910, quando l'82enne Tolstoj morì poco dopo le sei del mattino nella stazione della remota località di Astapovo, al termine di una fuga dalla famiglia che in realtà, come ogni fuga, era una fuga da se stesso e dai propri demoni, il mondo intero accolse la notizia del suo decesso come una gravissima perdita non solo per la letteratura, ma anche per l'intera umanità. Ma evidentemente la rovina denunciata da Tolstoj era già in atto, perché la morte dell'autore di "Guerra e pace" fu quello che oggi si definirebbe un evento mediatico, molto probabilmente il primo evento mediatico della storia.
La fuga e la fine di Tolstoj contengono infatti un potenziale romanzesco e di fiction che ha attirato fin da subito l'interesse di scrittori, biografi e cineasti: da Romain Rolland - autore della prima biografia "eroica" di Tolstoj nel 1911- a Stefan Zweig, da Thomas Mann a Rainer Maria Rilke per arrivare a Saba, Berlin, Orwell e molti altri scrittori e registi contemporanei: l'elenco è davvero sterminato. Ognuno, però, ha voluto vedere nella fuga e nella fine di Tolstoj una specie di evento paradigmatico, trascurando la cronaca a favore di una rilettura molto spesso simbolica e non sempre imparziale e fedele della realtà.
L'unico libro che ha davvero raccontato la fuga e la fine di Tolstoj si intitola semplicemente "Tolstoj è morto" (Adelphi, 274 pagine, 18 euro) ed è stato scritto nel 1935 da Vladimir Pozner, uno scrittore francese di origini russe nato nel 1905 e morto nel 1992. Pubblicato ora anche in versione italiana da Adelphi con una bella postfazione del figlio di Pozner, André, "Tolstoj è morto" ha il merito di ricostruire gli ultimi giorni di vita del grande vecchio di Jasnaja Poljana fondandosi non già su proiezioni immaginative o svolazzi retorici ma piuttosto sulla scabra realtà dei fatti, ricostruiti con estrema precisione sulla base di un corpus sterminato di documenti inediti (dispacci telegrafici, corrispondenze, bollettini medici), che Pozner ha abilmente integrato con stralci dalle lettere e dai diari di Tolstoj e della moglie Sofja, non mancando inoltre di citare fedelmente altri testi (memorie, saggi, testimonianze di contemporanei) con una tecnica combinatoria e soprattutto con un taglio che nella sua essenza è già cinematografico.
Ma la cosa che colpisce maggiormente leggendo il libro di Pozner è la dimensione mediatica della morte di Tolstoj. Nel giro di poche ore la stazioncina di Astapovo, sperduta alla periferia del grande impero russo, diventa letteralmente il centro del mondo, né più né meno come il luogo di un efferato delitto o la città dove si svolge un'importante manifestazione sportiva. I corrispondenti delle maggiori testate russe, i fotografi e perfino i cineoperatori affluiscono in massa, i curiosi accorrono a frotte, il buffet della stazione fa affari d'oro, le notizie si rincorrono e si contraddicono, dalle redazioni dei giornali si richiedono particolari sempre più ad effetto, in un crescendo quasi surreale che si spegne solo con la morte di Tolstoj.
Il grande scrittore, semincosciente, scivola lentamente nel nulla e non si accorge di quanto gli sta accadendo attorno. E invece ad Astapovo si consuma un evento davvero epocale, perché muore un grandissimo personaggio della letteratura, un monumento della vecchia umanità fondata sulla parola, e nello stesso tempo sorge una nuova umanità dove tutto sarà notizia, breaking news, immagine, spettacolo, pornografia dei sentimenti, realtà irreale creata dallo strapotere dei media e differita in una zona grigia nella quale vita, morte, dolore e rappresentazione coincidono: un rimescolio delle anime ormai irredimibile. Cento anni dopo, l'eredità della vita e dell'opera di Tolstoj è purtroppo anche questa.

Mattia Mantovani

b.faverio

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