Giovedì 17 Giugno 2010

Il mito degli anni Sessanta, o l'eterna ricerca del sogno americano

Kerouac, Bob Dylan, Jim Morrison, Ginzburg, Thoreau. Spesso capita di guardare alla beat generation con malcelata nostalgia nei confronti delle trasgressioni e delle ribellioni che resero quei giovani i “Giovani” con la “g” maiscola, quelli veramente in grado di intervenire sulla realtà modificandone gli aspetti più ipocriti. È vero e nessuno vuole sostenere il contrario: gli anni Sessanta hanno sicuramente operato una rivoluzione culturale la cui portata si sente fino ai giorni nostri. Ma siamo sicuri di conoscerne tutte le sfaccettature (anche quelle, ahimè, oscure)? Non saremo (tutti) vittime di una “nostalgia acritica che avvolge ogni cosa nella rosea nebbia del mito”? Ne parla venerdì 18 giugno a Como (alle 21.15 al circolo letterario Acàrya di Como, nella sede della Circoscrizione 6 di via Grandi) Mario Maffi, Professore di Cultura anglo-americana all'Università degli studi di Milano e acuto osservatore della cultura giovanile (oltre che della nascita e dello sviluppo delle metropoli americane); il suo più brillante saggio, “La Cultura underground”, rispolverato e pubblicato per la terza volta, punta i riflettori sui fantasmi della cultura USA, primo fra tutti l'intramontabile sogno americano, sempre suscettibile di interpretazioni e nuove aspettative, prontamente disilluse. È da questo scoramento che nasce tutta la cultura underground: è il disperato (e ultimo?) tentativo di riabilitare quel sogno, percorrendo canali diversi e, proprio per questo, alternativi, rispetto a quelli offerti dal Sistema. Se la terra promessa, per usare un termine biblico, non può essere quella costruita dalla società capitalistica (perché, in effetti, non lo è: l'uomo non può vivere bene se alienato dal contatto con la terra, come sostiene Thoreau; non può vivere bene se i meccanismi produttivi soffocano ogni afflato creativo; non può, certo che no, vivere bene, quando vede la povertà dilagare e quando s'accorge con un fremito d'orrore che la casta ormai è stata creata, e i cardini della porta d'accesso non hanno ormai più giuoco), se quella non può in definitiva essere la terra promessa, e nemmeno la sua pallida imitazione, si cercano nuove strade per cercare di rifondare le basi della società in modo che essa sia, finalmente, umana. Quali? Beh, l'ovvia conseguenza della presa di coscienza del fallimento del pragmatismo occidentale, è sicuramente il conforto cercato nella filosofia orientale, meno legata alle esigenze della carne. Le esperienze mistiche, che tendono a forzare le percezioni sensoriali per poter finalmente percepire un senso (il Senso), inizano a mano a mano ad utilizzare le sostanze stupefacenti come proposta alternativa agli psicofarmaci offerti dall'industria farmaceutica. E se i lettini degli psicologi si moltiplicano, la cultura giovanile inizia a rivolgersi, anche in questo caso, altrove. Ecco nascere due figure, intese a vivere ai margini della società: lo hipster, il bianco-nero, ovvero il bianco che sposa la causa del nero, che come il nero non gode del supporto della società e vive alla giornata godendo dei piaceri e non rinnegando la violenza (anche autodistruttiva, attraverso l'uso di droghe pesanti come l'eroina); e poi il beatnik, dolce e romantico fumatore di marijuana, poeta maledetto e cantore di una società migliore. “Alla fine fu il beatnik a sopravvivere e trasformarsi, forse perché più articolato dello hipster, più positivo e sensibile nella sua drammatica volontà di negare la realtà circostante; il beatnik seppe dar voce alla propria angoscia e scrivere il proprio urlo, lo hipster si estinse nella tensione violenta, nell'eroina, nella freddezza e calcolatezza del proprio mondo-io”, scrive Maffi. Di questo nostalgico e rabbioso grido di ribellione, dobbiamo conservarne tutta l'amarezza, ricordandone il messaggio di verità. Al di là di ogni facile mitizzazione.  
Laura Di Corcia

b.faverio

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