Giovedì 24 Giugno 2010

Aisha, vita da romanzo
di una figlia del deserto

di Maria Tatsos 


Tailleur alla moda e tacchi a stiletto, una donna di mezza età conversa con un collega in francese. Di lato, una ragazzina in jeans attillati con il capo avvolto in un hijab - il foulard islamico che copre i capelli - parla al cellulare mischiando arabo e francese. Bastano pochi passi nell'aeroporto di Tunisi per avere la certezza di trovarsi nel Paese arabo più aperto e tollerante nei confronti delle donne. Un'autentità rarità nel mondo islamico, dove le tradizioni, la sharia e la marea montante degli integralismi influiscono negativamente sulla condizione femminile. Gli islamici del Fis algerino, già dalla fine degli anni Ottanta, predicavano il ritorno a casa delle donne lavoratrici, ree di sottrarre posti di lavoro agli uomini disoccupati. Malgrado ciò, la presenza femminile nel mondo del lavoro è una realtà importante sull'altra sponda del Mediterraneo. Ciò che fa realmente la differenza fra la Tunisia e gli altri Paesi islamici, tuttavia, è la legislazione sul diritto di famiglia. In Egitto o in Marocco, per esempio, non mancano donne intellettuali, docenti universitarie, magistrate…
Ma il tallone d'Achille restano i diritti delle donne in rapporto alla famiglia. Solo la Tunisia nel 1956, grazie al presidente Habib Bourguiba, ha abolito ufficialmente la poligamia e ha imposto che il divorzio sia sancito da una sentenza del tribunale. Con le riforme promosse negli anni Novanta dall'attuale presidente Ben Ali, è stata ampliata la possibilità di affidamento dei figli alle madri separate (nel mondo islamico prevale la famiglia paterna) e anche per le ragazze è stata alzata a 18 anni l'età per contrarre matrimonio. Inoltre, benché la società resti profondamente musulmana, in Tunisia è possibile effettuare senza particolari condizioni un'interruzione di gravidanza entro i primi tre mesi. Anche la contraccezione è legale. «L'esperienza della Tunisia in tema di emancipazione femminile, della promozione della condizione della donna e della garanzia della pienezza dei suoi diritti è d'avanguardia», ha dichiarato in un discorso pubblico Leila Ben Ali, moglie del presidente e attualmente al vertice dell'Ofa (Organizzazione della Donna Araba).
Sono partita per il sud della Tunisia con la curiosità di scoprire come vivono le donne in un ambiente rurale e pastorale, meno cosmopolita della capitale e del nord del Paese. L'occasione per toccarlo con mano me l'ha offerta Khaled Ben Hamed, la mia guida, 49 anni e una laurea in Sociologia. La sua famiglia è originaria del deserto. Dagli anni Settanta, il governo ha promosso una politica di sedentarizzazione dei popoli nomadi, offrendo loro terreni per costruire abitazioni e coltivare i datteri, una risorsa importante in quest'area. Fra gli obiettivi governativi, c'era la scolarizzazione dei bambini, impossibile da ottenere finché fossero rimasti nel deserto. Dal 1987, Aisha e Mohammed, 74 e 82 anni, i genitori di Khaled, si sono "fermati" a Douz, una cittadina di 28 mila abitanti nota come "porta del deserto". Hanno resistito fino all'ultimo: i loro figli, da anni, si erano trasferiti presso parenti per frequentare la scuola e da adulti avevano preso casa. «I primi tempi», racconta Khaled, «non ne volevano sapere di avere un tetto sulla testa. Abbiamo dovuto montare una tenda in cortile, finché non si sono abituati a dormire in una stanza».
Chiedo al figlio se Aisha vuole incontrarmi. Lei accetta: ha piacere che la sua storia esca su un giornale e che altre persone, lontano, la possano conoscere. Sorride e parla con tono deciso, in arabo. Il francese non lo comprende e, a differenza dei suoi figli, non è mai andata a scuola. Malgrado i gioielli che la adornano, Aisha ha avuto una vita all'insegna della frugalità: nel deserto non ci sono lussi. A 12 anni, lei e due sue sorelle hanno sposato tre fratelli, che erano cugini. È iniziata così la sua vita di moglie in seno a una tipica famiglia allargata, di una trentina di persone. Nel deserto - ma anche altrove, in passato - i figli maschi restavano con i genitori e le nuore, sotto il comando della suocera, provvedevano ai bisogni di tutta la comunità familiare. Si occupavano degli animali (capre, pecore e dromedari), cucinavano pasti poveri a base di legumi, datteri, latte, latticini e talvolta carne e naturalmente mettevano al mondo dei figli, preferibilmente maschi. Aisha, a partire dai 17 anni, ne ha avuti otto: tre femmine e cinque maschi. Al momento del parto, si allontanava da sola fra le dune armata di un coltello, con il quale avrebbe reciso il cordone ombelicale del neonato per seppellirlo nella sabbia. «Ci spostavamo due o tre volte l'anno», racconta. «Gli uomini andavano in avanscoperta e cercavano un luogo con l'acqua dove installarci».
Una volta cresciuti, i maschi della famiglia Ben Hamed hanno usufruito dell'opportunità di proseguire gli studi con l'aiuto del governo. Si sono trasferiti a Tunisi e hanno fatto pressione sul padre per far studiare anche le due sorelle minori. Mohammed all'inizio era titubante, poi ha accettato. Aisha non si è espressa, lasciando al marito la decisione. Oggi è orgogliosa di avere due figli ingegneri, uno sociologo, uno insegnante ma anche una figlia maestra e un'altra ginecologa. Modernità e tradizione convivono ancora: la famiglia di Aisha e Mohammed resta allargata e conta 27 membri, che dividono la stessa casa a Douz. Al posto delle tende, ci sono le stanze. Ma le quattro nuore sono ai suoi ordini. Come spiega l'etnologa francese Camille Lacoste-Dujardin nei suoi studi su maternità e patriarcato nel Maghreb, nella società tradizionale una donna doveva mettere al mondo dei maschi per diventare, da suocera, la matriarca della famiglia, l'unica, vera posizione di potere femminile. Aisha ha avuto cinque maschi e sulle donne di casa può dettare legge. Alle nuore, non resta che seguire l'esempio e aspettare il loro turno. Le gioie della famiglia non hanno fatto dimenticare ad Aisha il suo amato deserto. «Mi manca la libertà di movimento, la vastità dei luoghi... La mura di una casa sono come un carcere», commenta guardando verso la parete del soggiorno, con un velo di tristezza nello sguardo.  

v.fisogni

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