Sabato 26 Giugno 2010

A Tobruk 70 anni fa
l'Ustica del Ventennio

di Antonio Marino

Nonostante le condoglianze di rito, è assai improbabile che Mussolini, alla notizia della morte di Italo Balbo, si sia fatto cogliere dalla disperazione. Di lui il dittatore aveva detto: «È l'unico che può uccidermi», e anche se l'espressione alludeva probabilmente a una distruzione politica più che a una distruzione fisica, sottolineava bene il clima di insolita competitività esistente fra i due e l'attitudine sospettosa del Duce in un rapporto che, a differenza di tanti altri, non era fatto di servile, smaccata adulazione. Proprio questo non celato e rischioso porsi in contrasto di Balbo con Mussolini è probabilmente all'origine della convinzione - largamente diffusa all'epoca e ancora oggi presente nell'opinione pubblica - che la morte del governatore della Libia, abbattuto con altre otto persone nel cielo di Tobruk dalla contraerea italiana, fosse non l'esito di un tragico incidente, ma il risultato di una deliberata volontà, insomma di un complotto. Dietro al quale, evidentemente, non poteva esserci che il capo del Fascismo.
Settant'anni dopo quel drammatico episodio, accaduto il 28 giugno del 1940, almeno di quella colpa Mussolini può essere assolto, ma forse non per non aver commesso il fatto, bensì per insufficienza di prove. Ombre e misteri, infatti - destino che sembra comune a ogni incidente aereo - restano tenacemente collegati a quella sciagura. È probabilmente questo il motivo per cui Rete4 ha deciso di mandare in onda domani sera "L'ultimo volo", un avvincente documentario che ripropone un ventaglio di possibilità, realizzato da Folco Quilici, il figlio di Nello, giornalista e capitano d'aviazione, che era con Balbo in quel volo fatale. Quilici, che ha pubblicato nell'ottobre del 2004 il libro "Tobruk 1940, la vera storia della fine di Italo Balbo", ha approfondito nel corso di tutta una vita, di una vicenda che come figlio di una delle vittime ha lasciato in lui un solco profondo, non soltanto le versioni ufficiali ma anche le testimonianze private, rincorse da un capo all'altro del mondo, più o meno verosimili e attendibili. E talvolta francamente inattendibili. Ma nel suo libro - insieme al diario di guerra di suo padre dal quale per un'inquietante coincidenza mancano proprio le ultime pagine, quelle che precedono la giornata del 28 giugno - Quilici offre anche il determinante saggio che Renzo De Felice aveva chiesto a suo tempo allo storico dell'Aeronautica Gregory Alegi, una ricognizione tecnica e un riepilogo delle tante indagini compiute, dai quali emerge con chiarezza la verosimiglianza della versione sempre accreditata: l'abbattimento da parte della contraerea del porto che stava ancora sparando contro velivoli inglesi impegnati in un'incursione e che scambiò l'S.79 del Maresciallo dell'Aria, che volava con il sole alle spalle, per un aereo nemico.
Oggi è certo molto difficile rendersi conto di come un equivoco così clamoroso si sia potuto verificare, ma, se ci si riferisce alle procedure e alle tecnologie dell'epoca, diventa assai più facile comprenderlo. E si sciolgono comprensibili interrogativi, come la mancata comunicazione dell'arrivo dell'aereo sul campo di atterraggio. Scrive in proposito Alegi: «… le comunicazioni fra aerei o con il suolo avvenivano comunque "in grafia" (codice Morse) anziché "in fonìa" (a voce), obbligando dunque il pilota a dettare il messaggio al marconista per la trasmissione, e a ricevere da questi la risposta - urlata a squarciagola oppure scritta frettolosamente su un biglietto…».  Certo, ci sono molti altri aspetti dell'episodio che rimangono oscuri, ma complessivamente va accettata la conclusione di Alegi: «Nonostante le lacune della conduzione tecnica dell'inchiesta, alla luce dei documenti bisogna dunque confermare l'ipotesi dell'incidente, di cui si possono definire con sufficiente esattezza i contorni e le cause più prossime». Fu così un complesso di fatalità a provocare la morte di un uomo che era stato quadrumviro della marcia su Roma, che a soli trentatré anni era diventato il più giovane ministro d'Europa, che era stato acclamato per le strade di New York  come il trasvolatore che aveva acceso la fantasia e l'entusiasmo di milioni di persone. Mussolini aveva buoni motivi per non amarlo: Balbo non aveva nascosto nel 1938 la sua profonda contrarietà alle leggi razziali; per di più, come governatore della Libia, aveva condotto una fruttuosa (fino a un certo punto) politica di pacificazione con le popolazioni musulmane e era diventato popolare, forse troppo popolare, fra i coloni italiani fieri delle opere pubbliche che il governatore promuoveva, fra le quali la litoranea che prese appunto il nome di "via Balbia". Per di più, era - al contrario del Duce che faceva l'impossibile per accreditarsi come tale - un aviatore vero, anzi il protagonista eroico di imprese storiche come le grandi trasvolate. Infine, gli piacevano gli inglesi, fra i quali aveva amici autentici. E furono proprio quegli inglesi che, saputo di quanto era avvenuto a Tobruk, sfidarono la contraerea italiana per sorvolare la carcassa dell'S.79 di Balbo e lasciar cadere una corona e un biglietto di condoglianze. Un gesto di cavalleria che, nel 1940, era ancora possibile e che presto non lo sarebbe più stato.

v.fisogni

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