Sant'Antonino e quel gonnellino troppo corto

Il restauro del dipinto che si trova nella parrocchia di Albate ha evidenziato sul bordo dell'abito un allungamento per coprire maggiormente le nudità del Santo

Sant'Antonino e quel gonnellino troppo corto

Alto, robusto, di bell'aspetto, gli occhi rivolti al cielo e le gambe muscolose in vista. È stato ritratto così Sant'Antonino, soldato romano nato in Egitto attorno al 275 e martirizzato il 4 luglio dell'anno  303 nei pressi di Piacenza. In un pregevole dipinto del Seicento, precisamente nella pala d'altare della parrocchia d'Albate a lui dedicata, il particolare delle gambe nude, ben tornite, ha calamitato ultimamente l'attenzione degli studiosi. Già, in occasione del recente restauro, ufficialmente presentato lo scorso sabato 3 luglio per iniziativa dell'associazione Agorà, mentre sono venuti in luce i colori integri nelle originali tonalità e sfumature, è affiorata anche l'evidente correzione (ripensamento dell'artista? direttiva dall'alto?) che ha reso più lunga la tunica del santo martire con l'intento di nasconderne maggiormente le nudità. Una curiosità dalle sfaccettature intriganti per storici ed esperti mobilitati nella ricerca dei motivi che hanno prodotto la modifica, una sorta di censura sull'immagine giudicata forse osé in periodo di piena Controriforma caratterizzata da ventate di rigore morale. Prima di entrare nei dettagli dell'intervento di restauro - affidato all'Accademia «Aldo Galli» e sostenuto con un contributo della Fondazione provinciale della Comunità comasca - sembra utile contestualizzare la vicenda che vede l'icona di un martire dei primi secoli, contemporaneo di San Fedele e San Espedito e costretto a misurarsi con gli ordini dell'imperatore Diocleziano e il suo furore anticristiano, immersa in un clima storico e culturale post rinascimentale. Le prime notizie attorno al dipinto si rintracciano in parallelo con la storia della chiesa parrocchiale di Albate, per lo più documentata attraverso gli atti delle visite pastorali: «È certo che nel 1597 il vescovo Archinto dispone sensibili modifiche e un ampliamento della chiesa, evidenziando, fra l'altro, che l'altare maggiore era privo di icona» riferisce Clemente Tajana, direttore didattico dell'accademia Galli indicando in successione altri due indizi significativi per la datazione dell'opera. «Un documento attesta che nel 1631 il vescovo Lazzaro Carafino ordina "un'icona col' istoria del santo titolare", e di seguito, la visita del vescovo Giovanni Ambrogio Torriani, nel 1671, conferma un preciso riferimento alla pala d'altare raffigurante Sant'Antonino, lodata da Santo Monti». Probabilmente quindi, la data del dipinto risale al periodo fra il 1631 e il 1650, mentre nella seconda metà del '600, sempre in occasione di una visita pastorale, deve essere
stato commissionato l'allungamento del gonnellino che lasciava troppo esposte le gambe del giovane martire Antonino. Il particolare è affiorato solo durante il recente intervento di restauro come un'inedita rivelazione: «Nel dipinto originale l'allungamento della veste era ben visibile dato che era stato realizzato dipingendo una stoffa in voile leggero, quasi trasparente. Ma questo effetto è stato cancellato da restauratori che successivamente sono intervenuti con ritocchi pesanti rendendo omogeneo il colore dell'abito» nota Federica Colombani, giovane restauratrice che si è occupata della pala sotto la guida delle docenti Elisabetta Bossi e Rossella Bernasconi. Soltanto ripulendo gli strati di colore sovrapposti all'originale si è quindi evidenziata la pregevole soluzione per l'allungamento del gonnellino: «Attraverso un'analisi stratigrafica per esaminare le caratteristiche del pigmento abbiamo verificato che è stato utilizzato lo stesso pigmento per la parte superiore e per quella del successivo allungamento che è quindi da attribuire alla stessa scuola di artisti» suggerisce  la restauratrice sottolineando la complessità dell'intervento eseguito senza lo smontaggio della tela dal telaio. «Con lo smontaggio avremmo perso alcune parti del dipinto originale in quanto l'autore aveva proseguito l'opera su alcune parti in legno dove era venuto a mancare il supporto tessile» ammette. Un particolare e innovativo procedimento è quindi stato sperimentato con successo dall'equipe dell'accademia Galli che ha riportato all'originaria espressione un'opera che nello stile richiama gli accenti dell'Accademia Bolognese dei Carracci raccolti poi dalla scuola dei Procaccini, riconoscibile per la luce diffusa e i colori sfumati, per l'impatto con una spiritualità disincarnata, distaccata dalle vicende terrene, totalmente proiettata verso il cielo.

Laura d'Incalci

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