Martedì 20 Luglio 2010

E Bontempelli bocciò
la Casa del Fascio

L'architettura per Massimo Bontempelli era ben più che un punto di riferimento per l'arte in genere del proprio tempo, ma un modello da imitare. «Il centro espressivo della nostra vita è l'architettura», aveva scritto nel primo numero della rivista Quadrante (maggio 1933), diretto da lui e da Pier Maria Bardi.
Tanto importante da influire significativamente anche sul rinnovamento della letteratura. Noi letterati, sentenziò in un celebre gioco di parole, dovremmo imparare a scrivere «a pareti lisce», come gli architetti farebbero bene a «costruire senza aggettivi».
Anzi, spingendo all'estremo la corsa a rimpiattino verso un'architettura ideale, depurata da ogni compiacimento decorativo, sarebbe bene che ogni scritto e ogni edificio raggiungessero la sublimità dell'essenziale, tanto da perdere persino l'individualità dell'opera d'autore. Meglio l'anonimato che l'eccesso di personalizzazione.
Giuseppe Terragni conobbe personalmente Bontempelli durante le fasi a Milano della fondazione di Quadrante, nella quale ebbe una parte predominante, dato che la rivista, a periodicità mensile, aveva per scopo la difesa dell'architettura e dell'arte moderna.
Ma già in precedenza, grazie alla mediazione di Bardi, aveva voluto avere rapporti con lui per ringraziarlo di aver sostenuto a spada tratta la validità della nuova stazione di Firenze dell'équipe Michelucci. Chi dunque, meglio di lui, comasco d'origine e "maestro di modernità" come lo pensava Terragni, avrebbe potuto meglio apprezzare l'opera in cui l'architetto si stava maggiormente impegnando, la Casa del Fascio di Como, osteggiata violentemente dall'opinione pubblica locale? Di qui l'invito a visitarla, prima dell'inaugurazione ufficiale.
Un rapido scambio di missive, con il solito Bardi a fungere da tramite, ed ecco l'accettazione dell'invito. Bontempelli giunge a Como, in un assolato pomeriggio del 30 agosto 1936, dopo un periodo di vacanza a Forte dei Marmi. Lo accompagnano in auto la scrittrice Paola Masino, sua fedele compagna, e due autorevoli componenti della "corte dei miracoli" che lo attornia, lo scultore Arturo Martini e il pittore Mirko Basaldella.
Ad attendere gli ospiti, oltre a Terragni, ci sono Mario Radice e Ico Parisi che trasse dall'evento un reportage fotografico per molti versi rivelatore. La visita si prolungò per oltre tre ore, dando modo ai visitatori di esprimere, oltre all'apprezzamento generico per la progettazione, una vera e propria gragnola di contestazioni. Più che la sottile, pacata voce di Bontempelli, furono i toni accesi ed anche un po' supponenti dei suoi compagni ad esprimere il dissenso che indispettì Terragni.
Nel successivo settembre uscì un articolo di Bontempelli sul quotidiano torinese Gazzetta del Popolo che parve laudativo nel descrivere liricamente la Casa come un luogo «in cui tutto nasce dall'esterno, dalla piazza, dall'aria», ma conteneva almeno un'ombra, un accenno delle critiche espresse verbalmente: soprattutto si contestava la volontà espressa da Terragni di considerare la sua opera come uno strumento di comunicazione ideologica, nello stesso tempo «scuola, casa, chiesa». Un prodotto, insomma, di quella funzionalità "sociopolitica" che travalicava i pur necessari pregi della perfezione architettonica.
Ma Bontempelli, con spirito crociano, credeva solo alla purezza di un'architettura capace di vincere il tempo, di diventare mito, favola del quotidiano: i principi del suo "realismo magico".
Questo scontro - perché tale fu - è rimasto sopito nel tempo per una serie di motivi e non fu mai del tutto chiarito nemmeno fra le due parti in causa, che mantennero rapporti amichevoli, malgrado abbia costituito il vero motivo del brusco affossamento di Quadrante, subito dopo il numero speciale dedicato proprio alla Casa del Fascio comasca. Avremo modo di riparlarne, con un documento finora rimasto inedito. Ma è importante rilevare oggi che a distanza di tre anni dalla visita a Como dello scrittore, Terragni, in procinto di partire per il fronte bellico, gli mandò una lettera a Venezia, dove Bontempelli si trovava per confessargli fra l'altro che aveva ripensato alla «burrascosa e pur bella giornata passata a Como» per ricredersi.
«Le tue osservazioni - scrive - che allora mi parvero eccessive e di sapore polemico oggi sono già più vicine alla mia riveduta e spassionata concezione dei problemi che mi hanno tenuto agitato in questi ultimi anni».
È il tardo novembre 1939, soffiano impetuosi i venti di guerra. Che cosa aveva convinto Terragni della bontà di quanto sosteneva Bontempelli? Forse che la nudità del disegno architettonico sarebbe comunque stata apprezzata, anche dopo la caduta della sovrastruttura propagandistico/educativa di regime che lo condizionava e certo l'appesantiva. Come possiamo constatare anche noi, oggi.

Alberto Longatti

b.faverio

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