Sabato 31 Luglio 2010

Vallanzasca a Como
"La rapina fu una sfida"

di Carlo Bonini

Si fermarono nel primo pomeriggio a Como. Faceva un caldo asfissiante e si sedettero ai tavolini di un bar per un gelato. Abbandonato su una sedia, un quotidiano titolava con evidenza un'intervista al questore della città: «Como è la tomba di ogni rapinatore», era lo strillo del servizio. Il questore spiegava le ragioni dell'assenza di rapine nell'area della sua giurisdizione. Le due sole statali di accesso, Lipomo e Camerlata, erano una garanzia. Bastava chiuderle. E chi si fosse infilato nel culo di sacco della città era bloccato per sempre.
Mi gustavo il gelato e leggevo… Può darsi che il questore avesse ragione, ma valeva la pena di dare un'occhiata in giro. L'idea di far fare una figuraccia a quello sbruffone mi solleticava assai. Mollai Carluccio e Vito al bar e feci due passi. E dovevano essere proprio due, visto che il bar era proprio di fronte alla filiale del Credito italiano. Oltre i vetri si vedeva che era piena zeppa di impiegati. Si sarebbe potuto tentare dal retro. Entrai nell'ampia portineria e notai una porta proprio di fronte a quella posteriore della banca. Portava alle cantine ed era accostata. Il posto ideale per aspettare il rientro della pausa pranzo dei dipendenti e accodarsi. Alla faccia del questore…
Tornò al bar ed espose il piano a Carluccio e Vito. Ma non li convinse. Il primo doveva andare al Gargano con moglie e figli, mentre il secondo era pronto a partire per il Giglio. Decise di arrangiarsi. Si fece lasciare il borsone delle armi e, qualche giorno dopo, recuperò Massimo Loi e altri due ragazzi. La mattina dell'11 agosto (1976, ndr) erano di nuovo in piazza Cavour. Entrare in banca fu semplicissimo e una volta dentro, armi spianate, si misero ad aspettare.
Gli impiegati ci dissero che le chiavi del caveau le avevano solo il direttore e il capo cassiere. Ma dei due, neanche l'ombra. La pausa pranzo però era finita e la banca si andava riempiendo. A mano a mano che entravano, controllavo i documenti e dopo il discorsetto di rito: «Non conviene a nessuno fare l'eroe. I soldi non sono vostri, quindi… state tranquilli e nessuno si farà male. Prima compaiono le chiavi, prima togliamo il disturbo», li facevo sdraiare in terra. In questa sorta di presepe pietrificato dal caldo e dalla paura, i primi nervi a cedere furono quelli dei complici di Vallanzasca. «Dài Renato, smammiamo. Il colpo è andato male. Il direttore non arriva. Scappiamo». «Sì, ha ragione, andiamocene». Mi chiamavano per nome, i dementi. Ci mancava che gridassero anche il mio numero di telefono. Senza farmi vedere dagli impiegati, gli scaricai le armi. Erano talmente nervosi che sarebbero stati capaci di far partire un colpo. E in quella situazione, uno sparo avrebbe dato ragione al questore. Non saremo più usciti da Como. Uno dei due, in particolare, aveva gli spilli nel culo. E senza motivo aveva cominciato a menare le mani su qualche impiegato. Spiegai che non avevamo scelta. Il lavoro doveva essere concluso e una volta aperto il caveau e presi i soldi, li avremmo rinchiusi lì dentro. Mollare in quel momento avrebbe significato lasciare gli impiegati nelle condizioni di poter dare l'allarme non appena fossimo usciti dalla banca.
Il direttore e il cassiere si presentarono alle tre. Vallanzasca e i suoi erano dentro da quasi due ore. Avrebbe raccontato Alberto Comis, allora impiegato della filiale del Credito e oggi dirigente della stessa banca: «Quando entrò, al direttore spaccarono il setto nasale, quindi convinsero il cassiere ad accompagnarli nel caveau».
Che personaggio quel cassiere. Un napoletano simpaticissimo, sorridente nonostante la situazione, dotato di una flemma, straordinaria. Era lui a rassicurare gli altri impiegati: «Tranquilli, mo' prendono i soldi e se ne vanno». E prima che richiudessi il portellone della camera blindata, mi disse: «Guagliò, mi raccomando, non scordarti di avvisare subito qualcuno, perché se no qui dentro ci moriamo». Lo tranquillizzai, io volevo i soldi e non certo una strage. La porta blindata non l'avrei nemmeno chiusa del tutto. Solo un mezzo giro di ruota. I soldi, poco meno di cento milioni, furono infilati in due borse portavivande e in un sacchetto di plastica da supermercato. Impiegati e clienti finirono nel caveau.
Uscimmo a piedi e andammo a riprenderci la macchina posteggiata a qualche centinaio di metri di distanza, visto che la banca era in una zona pedonale. Imboccata l'autostrada per Milano, da un autogrill, telefonai alla polizia di Como. Spiegai e dissi di far presto, perché nel caveau non era molta l'aria disponibile. Il giorno dopo, leggendo il giornale, se da una parte mi veniva da ridere, dall'altra pensai che il questore aveva rischiato la carneficina. Dopo l'allarme, invece di precipitarsi a liberare gli ostaggi, aveva circondato la banca, convinto che dentro ci fossimo ancora noi. Si decisero ad entrare due ore dopo. E non capii mai perché la denuncia della banca fu di meno di cento milioni, visto che ce ne spartimmo cento a testa. Lo chiesi pure in aula al presidente e al piemme, ma non ebbi risposta.
(© Il fiore del male. Bandito a Milano, Marco Tropea Editore)

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