Sabato 31 Luglio 2010

Come il grande Fermi
si dimenticò l'italiano...

di Laurana Berra

Quando mi dissero che mi avrebbero messo a tavola alla destra dell'ospite d'onore mi prese quasi un colpo. D'altronde ero l'unica italiana nel campus, l'accostamento risultava inevitabile. Ma di che cosa avrei parlato, di che cosa avrei potuto parlare con Enrico Fermi, un premio Nobel? Come intrattenerlo? Le mie cognizioni in materia di matematica e fisica erano limitatissime, al liceo avevo sempre avuto difficoltà con queste discipline, i miei interessi si indirizzavano verso tutt'altri obiettivi. Avrei potuto tirar fuori l'Italia o Roma, città natale dello scienziato, ma mi sembrava troppo banale e scontato. Il College al quale ero giunta grazie a una borsa di studio?
Ero certa che non gliene poteva importar di meno. Inoltre bisognava anche considerare che in America si era nel pieno dell'affare Oppenheimer e che qualunque osservazione lo potesse ricordare sarebbe stata, mi avevano avvertita, indelicata, imbarazzante per lui che si riteneva innocente.
Nel pomeriggio ci fu la "lecture" di Fermi sul ciclotrone con cui stava lavorando a Chicago. A tutta prima, al momento delle presentazioni, il premio Nobel mi aveva alquanto delusa, sembrava un tipo non solo comune, addirittura scialbo, insignificante. Ma poco a poco mentre parlava si andava trasformando, quasi lievitasse dietro al tavolo dove sedeva con i conferenzieri la Dean del Graduate Center e Mister Watson, il professore di fisica del College. Gli occhi gli brillavano, la voce suonava dolce, suadente. Quello che diceva era molto semplice, chiaro, mi sembrava di elementare evidenza, capivo tutto, ma proprio tutto, come non avessi fatto altro in vita mia che occuparmi di fisica nucleare. Fossi stata una componente del gruppo di via Panisperna di Roma non avrei potuto sentirmi più a mio agio. Dopo alcuni cenni alla fissione nucleare e alla meccanica statistica, Fermi arrivò alfine a parlare del ciclotrone di Chicago. Il fatto che il ciclotrone fosse un acceleratore circolare di particelle con campo magnetico costante, capace di accelerare anche ioni pesanti, a questo punto mi parve ovvio, come pure ovvia era la produzione di radioisotopi che apriva alla speranza di riuscire a curare i tumori con la radioterapia.
A cena i miei timori si rivelarono subito infondati. Mi avevano detto che Fermi era un uomo estremamente riservato, silenzioso, invece mi ritrovai accanto un interlocutore di piacevole conversazione, interessato a molti argomenti diversi, dalla matematica e dalla fisica. Anzi pareva evitare intenzionalmente qualunque riferimento alle sue materie di studio. Cominciò a parlare lui scusandosi per il suo pessimo italiano, in effetti piuttosto zoppicante. Spiegò che appena arrivato in America, nell'ansia di americanizzarsi il più possibile si applicava con tale pervicacia all'apprendimento dell'inglese e soprattutto della pronuncia da non voler sentire più nemmeno una parola di italiano, neppure da sua moglie. E quali erano stati i catastrofici risultati? Aveva dimenticato la sua lingua d'origine senza riuscire a eliminare un forte accento italiano nella pronuncia dell'inglese. Poi si parlò di libri, probabilmente ero stata io a portarlo sull'argomento. Aveva letto Aldous Huxley, H. G. Wells e parecchi altri autori contemporanei.
«Ma non creda di potersi fare un'idea della mia personalità dalle letture, perché i libri me li consiglia sempre il mio amico Rasetti...» disse sorridendo con un velo di ironia nella voce «tutt'al più si farà un'idea della personalità di Rasetti». Il compagno di studi Franco Rasetti e la sua famiglia, in particolare la madre Adele, erano stati il punto d'appoggio di Fermi a Pisa, dove seguiva i corsi della prestigiosa Scuola Normale.
Non ricordo gli altri argomenti di cui si è parlato con il Professor Fermi in occasione della sua venuta al Bryn Mawr College, ma so che la serata si concluse serenamente, lasciandomi una sensazione di appagamento come se l'incontro con quell'uomo di genio mi avesse in certo qual modo arricchita e aiutata a crescere.


L'autrice

Laurana Berra, comasca, laureata in filosofia e allieva del filosofo Antonio Banfi alla Statale di Milano, un master al Bryn Mawr College in Pennsylvania, è un'autentica signora dell'editoria italiana. Conobbe Hemingway, Faulkner, lavorò fianco a fianco di Vittorini e Fernanda Pivano, come giovanissima editor della Mondadori. Scrisse nel '66 per Feltrinelli «La grande famiglia», un caso in libreria che fece "tremare" l'editoria italiana. Dopo essersi dedicata, per anni, alla moda come imprenditrice, è tornata con successo alla scrittura. Il suo ultimo libro si intitola «Un caso di adulterio e altre storie» (Mobydick, 155 pag.,13 euro). È nella giuria del prestigioso premio letterario «Pen Club».

v.fisogni

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