Domenica 15 Agosto 2010

"Da Como alla Scala,
ecco la mia storia..."

di Christian Galimberti

Lo skyline dei grattacieli in notturna, il traffico che si smorza nell'Upper West Side, l'eco degli applausi. Il sipario damascato d'oro si riapre un'ultima volta. Sono tutti in platea, applausi. New York City, Metropolitan Opera. Ci fu Beniamino Gigli, nel 1921. Ma in questa sera del terzo millennio – è il 2007, un ricordo come un altro – c'è Radamès, capitano delle guardie, tributato dal pubblico. "Aida" di Giuseppe Verdi. Radamès, che poi sarebbe Marco Berti, nato e cresciuto a Como. «Preferisco definirmi tenore verdiano. Anche se i ruoli pucciniani di Cavaradossi e Calaf mi sono molto congeniali», dice Berti, o Marco, o Maestro.
Emerso da Como, Via Cadorna, il conservatorio, i primi passi, corridoi in penombra, spartiti sotto il braccio, vent'anni di carriera, studio, sacrifici, successi.
A sette anni, Marco suonava l'armonium. Come sua mamma Angelina, stesso amore per la musica. A dodici, la cornetta in banda. Scampato a un incombente destino da odontotecnico, dopo essersi accorto, da ragazzo, che questo tipo di diploma non faceva per lui, Berti - 48 anni - è oggi uno dei più importanti tenori del mondo. Conteso dai templi internazionali della lirica come – oltre il Metropolitan di New York – il Covent Garden di Londra, la Scala di Milano, il Liceu di Barcellona, l'Opéra di Parigi, l'Arena di Verona. Prima di intraprendere l'ardua via del canto, ha lavorato anche all'Enel. Poi l'iscrizione al Conservatorio di Como, il diploma in quel di Milano. Frattanto, però, aveva vinto il concorso per entrare nel prestigioso Coro del Teatro alla Scala.
Oggi Marco Berti in cd e dvd. Colonna di "Cristoforo Colombo" di Franchetti, "Manon Lescaut" di Puccini, "Carmen" di Bizet. Dopo di lui, la prossima generazione. «Se il giovane avesse passione per l'Opera, per la musica classica, per il teatro, e la convinzione di dover sacrificare la sua vita per cercare di trasmettere emozioni, allora sì, questo è un mestiere fantastico. Anzi, non è un mestiere, è una vocazione». Sposato da 23 anni con Nicoletta, padre di due figli, Berti debutterà il 2 settembre nell'"Otello" di Verdi, a La Coruña, in Spagna. «Sono più di due anni che mi cimento nello studio approfondito della partitura e nell'impianto drammaturgico, analizzando il rapporto e le differenze tra Verdi e Shakespeare. Questo lavoro richiede musicalità, sacrificio, teatralità, voglia di mettersi sempre in discussione, umiltà». Tradimenti musicali? «A me piace ascoltare un po' di tutto, dal jazz al rock, tendendo presente che il mio mondo è l'opera. Dopo alcune giornate in cui si prova intensamente, quando arrivo a casa, spengo tutto. A volte è necessario ascoltare il silenzio. Si riposa la testa, si ritrova se stessi». Il calendario è fitto. «È una decina d'anni che non riesco a pensare alle vacanze. Ma amo il mio lavoro, è la mia vita, non mi pesa nemmeno un po'. Nella fortuna di girare il mondo, l'emozione e la riflessione costante è una: è sempre una grande gioia, poter essere dove sono. Sono fortunato, per aver fatto della mia passione il mio lavoro».
No popstar. «Niente fumo, niente alcol, riposo vocale il più possibile. E quando si sta poco bene di voce, si deve cancellare la recita, mentre il cantante rock può farcela lo stesso». E poi c'è il capo, con la bacchetta tra le mani e il fiato sul collo. «Il cantante è uno strumento con un'anima e con un sentimento. Il direttore, insieme al cantante, deve far sì che questo connubio artistico ed emotivo riesca ad esprimersi al meglio. Ricorderò sempre i maestri a cui sono maggiormente legato, e che hanno contribuito a farmi crescere. Gavazzeni, Pappano, Muti, Mehta, Maazel, Luisotti. Grandi musicisti e grandi uomini».
Di cultura, è un problema di spazi. Ad esempio. «Qualche giorno fa, in tivù hanno trasmesso un'opera, "Rigoletto", alla una e trenta di notte. Questa è la realtà delle cose, non si vuole dare spazio all'Opera, quindi alla cultura. Ero un bambino, quando al venerdì sera, sulla prima rete nazionale, c'erano le commedie teatrali. Ora si è perso tutto, i nostri giovani credono che le commedie siano i lunghi monologhi di certi comici, il che è tutto dire». I talent show? «Per favore, non me ne parlate». Territori alieni. Mentre a Como, vicina a Blevio, seconda casa di Giuditta Pasta, che la Casta Diva cantò, la luna di Bellini sembra lontana. «Non so se oggi funziona la lirica sul Lario, nemmeno io sono a conoscenza di certi eventi. Forse, sottolineo forse, sono fatti un po' in famiglia, cioè senza darsi aspettative, e quindi traguardi di alto livello. Per fortuna abbiamo l'AsLiCo, che opera nel settore giovani talenti. Ma che forse non trova grande sostegno e partecipazione da parte del territorio». Opinioni e desideri. «A Como dovremmo lavorare di più, per cercare di portare la musica classica a un livello più alto. Servono nomi e devono esserci risorse, non per forza di natura economica».
Prossimamente. «Oltre all'"Otello", sarò a Parigi per il "Tabarro" di Puccini, poi andrò a Firenze per una produzione di Tosca con Zubin Mehta. Il prossimo anno tornerò alla Scala sempre con "Tosca", e poi anche con "Turandot"». E Pavarotti? «Credo che la mancanza del grande Luciano si faccia sentire sempre di più. Lui era la vera voce. A me piace ricordare il Pavarotti delle grandi interpretazioni teatrali, in "Lucia di Lammermoor", "Puritani", "Trovatore"». Guai, a parlare di eredità. «So di essere Marco Berti, coi miei pregi e i miei difetti. Credo di possedere quel “quid” che è l'unicità della voce italiana». Lo dicono gli altri. Tanti.

v.fisogni

© riproduzione riservata

Tags