Giovedì 19 Agosto 2010

J'accuse di Dominioni
sul passato coloniale

di Sara Cerrato

Ci sono verità storiche drammatiche e disonorevoli che, anche quando vengono dimostrate con evidenza da documenti e testimonianze, provocano irritazione e polemiche in chi non vuole arrendersi all'evidenza, per ingenuità o dolo. È difficile, oltre che lacerante, per esempio, sfatare il mito degli "Italiani brava gente" anche in guerra, soldati sì ma pietosi e pronti a portare civiltà e pietas anche nelle azioni militari. Un mito che cozza con la realtà sanguinosa dei conflitti ma che anche nel nostro Paese resiste. Ne sa qualcosa Matteo Dominioni curatore del libro "Plotone chimico. Cronache abissine di una generazione scomoda", che verrà presentato a Parolario, il 2 settembre, alle 18, in biblioteca a Como. Il giovane storico con le ricerche che hanno portato a questo libro e ad altre importanti pubblicazioni si è attirato, già dal 2006, persino l'ira di Gianfranco Fini che in più occasioni, in questi anni, ha difeso l'operato dell'esercito italiano nelle guerre coloniali in Etiopia e in Libia. L'allora leader di Alleanza Nazionale che oggi è al centro delle cronache politiche per il suo scontro al calor bianco con Berlusconi, diceva «...non tutte le pagine del colonialismo sono negative: se pensiamo a come sono ridotte oggi l'Etiopia, la Somalia e la Libia e a come stavano sotto l'Italia, credo che ci debba essere una rivalutazione del ruolo italiano in quei paesi». Dunque il lavoro di ricerca condotto da Dominioni e dal suo maestro Angelo Del Boca, non poteva essere ben accolto, perché di fatto, gli storici hanno contribuito a scoperchiare gli orrori commessi dagli italiani nel '39 durante la guerra coloniale in Etiopia. Ne parliamo con lo stesso Dominioni, ricercatore all'Università di Torino.

Dominioni, perché la tragica storia dei crimini degli italiani in Etiopia  da lei riportata alla luce, suscita sempre scandalo e polemiche?

La mia lunga ricerca, con la quale ho conseguito il dottorato, non ha fatto che confermare quello che gli storici hanno sostenuto già da una ventina d'anni, ovvero che gli Italiani in Etiopia fecero uso di armi chimiche proibite, causando la morte di un numero altissimo di civili. Questi, ad esempio, sono i fatti avvenuti a Zeret nel '39 e raccontati nel suo diario da Alessandro Boaglio, uno dei militari della divisione Granatieri di Savoia che si macchiarono di quell'azione. Queste notizie non sono state accolte con favore dalla destra e io personalmente sono stato attaccato dallo stesso Fini. Questo accade perché, nonostante il passare del tempo e le trasformazioni, una certa parte politica non ha abiurato del tutto i dettami di un'ideologia fascista che ritrova proprio nel colonialismo le proprie radici culturali.

Quindi, svelare le colpe dell'esercito italiano in Etiopia sarebbe un colpo all'onore della patria?

C'è chi ancora guarda con nostalgia a quando l'Italia era un "impero". Permane la favola del maggiore rispetto internazionale nei nostri confronti, a quel tempo, del maggior rispetto. Preconcetti ormai da superare ma resistenti che impediscono al nostro Paese di rielaborare traumi così gravi che incidono non soltanto sul giudizio storico ma anche sulle decisioni e le scelte che si fanno oggi nei rapporti internazionali con i paesi coinvolti e nella gestione dell'immigrazione degli extracomunitari.

L'Italia, rispetto agli altri Paesi, deve ancora compiere dunque un cammino di maturazione?

È evidentissimo. Rispetto ad altri Stati europei siamo molto indietro  e l'impressione è che l'Italia sia sempre più un carrozzone senza una corretta prospettiva storica che impedisce la costruzione del futuro.

Come giudica  le  razioni di rabbia, negazione, cattiva memoria di fronte al suo lavoro?

Da storico e per di più storico militare, pretendo solo che la storia si conosca e questo è il mio lavoro. Le polemiche non possono cancellare i fatti.

Del resto, le prove che lei ha portato nel suo libro e che nascono dalle pagine di diario di Alessandro Boaglio sono inoppugnabili…

Sì e di questo bisogna ringraziare il figlio di Alessandro, Giovanni, che ha curato con me questo ultimo libro e che ha donato le informazioni e le riflessioni del padre, al dibattito storico, con una generosità ed un coraggio davvero ammirevoli. Persone come lui aiutano il procedere dell'indagine storica.

v.fisogni

© riproduzione riservata

Tags