Mercoledì 01 Settembre 2010

I Baustelle cantano al Moa:
"Emozioni in stile western"

CERNOBBIO- Quando è stato annunciato il cast del M.o.a., il salone della musica, in programma dal 17 al 19 settembre tra Cernobbio e Como, un nome su tutti ha acceso le aspettative degli appassionati, quello dei toscani Baustelle, che per la prima volta si esibiranno da queste parti, il 17 settembre a Villa Erba.
La fenomenale band di Montepulciano (Si) rappresenta oggi in Italia uno dei rari casi in cui la qualità, l'originalità e la raffinatezza della proposta incontrano i favori di pubblico e critica senza bisogno di ammiccamenti alla classifica. Francesco Bianconi (cantante, poeta e autore di successo anche per Irene Grandi), Rachele Bastreghi (voce e tastiere) e Claudio Brasini (chitarre) sono i tre membri fondatori di una splendida entità artistica che esplora con occhio innamorato l'immaginario filmico anni Sessanta e Settanta, il pop britannico, la canzone d'autore italiana e degli chansonnier, con risultati densi di fascino.
Il loro ultimo lavoro, uscito per la Warner, è il delizioso I mistici dell'Occidente. Abbiamo incontrato Francesco Bianconi.
Voi venite dalla provincia. Una condizione che vi stava stretta, o un'opportunità che ha favorito la vostra crescita artistica?
Veniamo dalla provincia, ma soprattutto direi veniamo dalla campagna e la porteremo sempre con noi. Il legame con il posto in cui nasci è indissolubile. Lì succedono cose che ti segnano, nel bene e nel male. La campagna ti rimane dentro come condizione dell'anima e non c'è negatività in questo. Ora che vivo in una grande città il fatto di provenire dalla provincia contadina mi aiuta a focalizzare meglio alcuni aspetti falsamente luccicanti del vivere in un centro urbano. È come avere una sorta di visione a raggi x.
La nostalgia legata ai luoghi d'infanzia, alle amicizie dell'adolescenza emerge in un pezzo come «Le rane»..
Penso che fra tutti sia il pezzo  più in onore della provincia che abbia mai scritto. È fortemente autobiografico, parla di un'epoca in cui ero un bambino completamente felice. Parla del tempo che passa e dei segni che lascia, con tutte le implicazioni del caso.
E gli arrangiamenti orchestrali alla Morricone?
In questo caso era voluto. Il disco è arrangiato con quel gusto. Volevo che si sentisse in maniera evidente un richiamo all'immaginario degli spaghetti western. Sono un super appassionato di musica da film degli anni Sessanta e Settanta, di tutti quei compositori da B-movie ora spesso citati da Quentin Tarantino. Finalmente, seppur in ritardo, è stata resa giustizia a quel filone. È singolare che per farlo ci sia voluto un americano.
Attraverso le canzoni è ancora possibile lanciare dei messaggi che invitino a riflettere?
Assolutamente sì. È un linguaggio potentissimo e di grande rilevanza sociale. Ogni canzone ha un messaggio, ma ancora più importante è come viene inserito nel discorso. Questo vale sia per canzoni politiche che per le canzoni d'amore. Mi vengono in mente due esempi che comunicano emozioni immense: La locomotiva di Guccini e Ne me quitte pas di Jacques Brel.
Fabio Borghetti

c.colmegna

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