Giovedì 02 Settembre 2010

La signora del design
che fa notizia negli Usa

di Sara Cerrato


Paola Antonelli, l'ospite d'eccezione che oggi, alle 19,  sarà protagonista, a Villa Sucota, per un nuovo appuntamento delle Ratti Lectures, può essere considerata una vera e propria eccellenza italiana, uno di quei cervelli migrati («e non fuggiti», precisa lei) oltreoceano, per far emergere a pieno tutte le proprie potenzialità, in uno scenario internazionale. Si tratta di una delle signore del mondo dell'arte mondiale, con un curriculum di cui la laurea in Architettura al Politecnico di Milano, nel '90, è stata solo il primo passo. Vive a New York dal '94, e nella Grande Mela è   senior curator del Dipartimento di Architettura e Design del Museum of Modern Art (meglio noto come Moma) di New York. Ha insegnato alla University of California a Los Angeles. Ha curato mostre negli Stati Uniti ma anche in Italia, Francia e Giappone. Collabora con riviste e ha pubblicato diversi libri, tra i quali "Objects of design" nel 2003 e "Humble masterpieces" nel 2005. Oggi, nella villa sul lago, in via per Cernobbio, dove la Fondazione Ratti ha trasferito la propria sede da qualche mese, l'illustre relatrice terrà una conferenza sull'impegnativo  tema "Le nuove frontiere del design". Dalle interfacce alla concezione di nuove entità biologiche, da mondi digitali alla creazione di nuovi modi di vita, il design contemporaneo ha rotto gli argini della tradizione. Fin qui la biografia ufficiale di un'eminenza grigia,  dietro cui si cela, però, e per fortuna, una persona aperta,  dai modi cordiali ed affabili che uniscono creatività italiana a comunicativa made in Usa.

Professoressa Antonelli, a proposito della conferenza "comasca" che la vedrà protagonista, dove va, a suo parere, il design, oggi?

Durante l'incontro parlerò soprattutto del design del futuro che non riguarda più soltanto la moda, la grafica, la progettazione di oggetti di uso e consumo ma soprattutto la comunicazione e la circolazione di idee. Il design dunque va verso un futuro di concettualizzazione sempre maggiore che lo renderà ancor più versatile e dalle infinite potenzialità.

E allora, il nostro "made in Italy" legato all'oggetto pensato, disegnato e poi creato in un mix di tecnologia e di artigianato? Fa crollare un mito che nel nostro territorio ha costruito gran parte del proprio fascino…

Nessuno mette in discussione il grande valore della progettualità dei nostri designer storici che resta importantissima. Devo però dire che quando sento parlare di "made in Italy" solo accostato a divani e suppellettili, mi cadono le braccia. Ripeto che non si può sminuire l'importanza della creatività italiana che ci ha reso famosi nel mondo. Oggi però, la stragrande maggioranza degli investimenti e delle potenzialità dovrebbero essere dirottati dal design tradizionale a quello appunto "concettuale".

Crede che le nostre università siano pronte per questa trasformazione, nel creare i designer delle prossime generazioni?

Ci sono alcuni importanti segnali di cambiamento in questo senso a livello accademico. Quella che più è refrattaria alle trasformazioni in senso moderno è invece la politica che non capisce l'importanza di dare input di rinnovamento. Va detto poi che anche la stessa politica con le sue idee, trarrebbe giovamento dall'uso di un design al servizio della comunicazione, così come la scienza che deve sempre coniugare le sue capacità speculative con un buon metodo per divulgarle e farle conoscere al pubblico vasto. Che dire poi dell'ambito delle politiche legate all'ambiente e alla sostenibilità? C'è moltissimo da fare. 

Non individua nessun politico italiano che si impegni in questa direzione?

Proprio oggi ho seguito la conferenza dell'architetto Stefano Boeri, che si candida per le primarie del Centrosinistra. Sono proprio curiosa di capire se costruirà la propria campagna elettorale nel segno del design concettuale. Vedremo se imiterà Obama.

Insomma, l'Italia, pare di capire, accumula ritardo anche in questo settore…

Lungi da me una critica sterile e prevedibile alla scena italiana e a chi vi lavora. Certamente è necessario però aprire gli orizzonti e uscire da alcune logiche ormai superate, per fare in modo che il sistema Italia possa competere su una scena mondiale con la stessa forza che aveva in passato.

Del resto, proprio la sua esperienza insegna che il talento italiano deve realizzarsi all'estero...

Non mi considero un'esule, costretta a lasciare il proprio Paese e a migrare all'estero. Devo dire che sono stata anche molto fortunata e che ho colto l'opportunità per il lavoro che faccio oggi leggendo un'inserzione su un giornale. Io certamente ero mossa da un'ambizione personale di tipo egocentrico e ho trovato la soluzione ideale trasferendomi a New York, che mi permette però di continuare a conservare le mie radici. Il caso ha giocato dalla mia parte, dopo tutto.

Una carriera invidiabile, per di più, ad opera di una donna. Già questo dice tanto. Non le pare?

Le donne, nel mio mondo, sono numerose. Non mi sento un panda. Devo ammettere però che, in Italia, forse non avrei avuto le stesse possibilità.

v.fisogni

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